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Cafè du Desert

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Ritratti sahariani di Roberto "Robo Gabr'aoun" - Inviato il 26 settembre 2008 da Robo GabrAoun.

Cafè du Desert

E’ un pomeriggio d’inverno. Mi trovo circa 100 chilometri sud est del villaggio di Fezzou, su un grande altipiano di arenaria annerita dall’escursione termica. Io ed Anto siamo soli con il nostro Nissan, e stiamo cercando la pista che attraverso il Jebel Azouggourah conduce a Mahmid, sulla grande ansa del Draa. Dll’abitato di Fezzou, anziché seguire la traccia per Oum Jirane avevamo imboccato la pista che segue il Oued orientato a sud est, verso le guglie rocciose del Kem Kem algerino.

Non ho GPS, e sto navigando a vista aiutandomi con un paio di mappe non troppo dettagliate e la bussola. La pista, come sapevo, non attraversa banchi di dune ma si srotola su terreni pietrosi. L'auto è priva della trazione anteriore a causa di un guasto meccanico, ma non sono preoccupato: la potenza del gran motore del PatroL ed il fondo buono offrono margini di sicurezza d’avanzamento. Giungiamo al fondo del oued, che verso est si spalanca in una grande pianura di pietrisco costellata di acacie e bassi cespugli spinosi. La mappa indica, a breve, una depressione, una sebkha argillosa, reminiscenza di antiche paludi: Daya El Maider. Stiamo seguendo una pista ben marcata, non v’è traccia di tole ondulee, un sottile strato di sabbia rende la marcia agevole e confortevole e non vi sono deviazioni importanti né a nord né a sud, quindi procediamo tranquilli ed a gran velocità quand'ecco che, dietro una piccola barriera di alberi rinsecchiti che sembrano sfidare il cielo rovente anche in dicembre, si apre davanti a noi il grande bacino fossile di El Maider. La pista punta direttamente verso di esso. Scendo per un dolce pendio finché le ruote non toccano il fondo della Sebkha, solido e compatto. Di fronte, abbiamo circa 20 chilometri di piatta laguna morta. La traccia è appena percepibile e mi concentro per non perderla, ma di colpo l’auto affonda brutalmente, con un sobbalzo, e le ruote alzano un polverone bianco che penetra ovunque nell’abitacolo. Accellero, ma fatico a procedere, continuo ad affondare ed il motore perde giri. Senza quattro trazioni, faccio l’unica cosa possibile: schiaccio il piede a tavoletta, tento di non farmi intrappolare. Camilla arranca come una vaporiera imbrigliata da invisibili catene, e scodinzola scaricando tutta la potenza sulle sole ruote posteriori. Il fondo, sempre più cedevole, si ricopre di bassi cespugli. Non riesco ad evitarne uno. Per la velocità, il muso dell’auto impenna come la prua di una barca contro un’onda di maestrale, le ruote anteriori si staccano dal suolo e Camilla tocca terra piegandosi pericolosamente di lato. Non ci ribaltiamo per miracolo.

Non mollo l’accelleratore. Se solo diminuisco la velocità affondiamo sicuramente e non sono certo di riuscire poi ad uscire. Altro cespuglio centrato in pieno, nuova impennata, nuova paura… Sto zigzagando nella Sebkha da circa un quarto d’ora, il motore urla alla soglia del fuori giri in seconda lunga e io penso solamente a raggiungere la sponda opposta. Dietro di me una nuvola immobile di pulviscolo bianco annebbia completamente la vista. Finalmente, dopo una mezz’ora lunga come l’eternità, le ruote toccano la pietra solida e rassicurante della sponda orientale. Esco dal catino e fermo la macchina. Scendo a verificare la presenza di eventuali danni gravi. Inspiegabilmente non abbiamo forato, le balestre sono a posto, e tutto il resto anche. Mi guardo attorno: nessuna traccia della pista né di altri segni di passaggio di mezzi. Controllo con la bussola… e mi accorgo che è andata, defunta, finita in briciole in una delle botte ricevute durante la traversata a rotta di collo.

Pensiamo a come orientarci. Decidiamo di percorrere il margine della Sebkha in cerca delle tracce che, a rigor di logica, dovrebbero riprendere per continuare verso sud sud est. Niente, nessuna traccia fino ad una grande parete di arenaria che impedisce di continuare verso nord. Proviamo allora in direzione sud. Niente anche qui, e di nuovo la continuazione del periplo della Sebkha è impedita da una formazione montuosa inaccessibile in auto. Torniamo indietro? OK, ma da dove? L’uscita dalla laguna è un guazzabuglio di tracce, che scompaiono quasi miracolosamente non appena toccano la pietra ed è impossibile riconoscere quelle che abbiamo appena lasciato, ma pur sapendo l’inferno che ci attende per ripassare alla sponda proviamo lo stesso.

Sbuchiamo dopo una nuova mezz’ora di andatura folle tra i cespugli… ma ancora non troviamo nessuna traccia. Siamo preoccupati. Mi volto verso oriente. La mappa parla chiaro: prima del confine algerino dobbiamo per forza di cose incrociare la pista che proviene da Taouz e punta su Mahamid. Riattraversiamo per la terza volta la sebkha infernale puntiamo dritti verso est, in direzione Algeria, aiutandoci con il sole. Ogni tanto fermo la macchina ed Anto sale sul tetto a dare uno sguardo in giro con il binocolo. Nulla. In una di queste soste lascia gli occhiali sul tettuccio e,non ricordandosene li perde chissà dove in questa landa priva di qualsiasi segno del passaggio dell’uomo. Incrocio una sottile spaccatura che sale verso nord est: deve per forza essere lo oued che porta al pozzo di Remlia, verso Taouz, vicino alla pista per Mahamid. Lo seguo e, finalmente, troviamo tracce di pneumatici sul fondo sabbios: verso sud si disperdono nelle pietraie, ma verso nord est continuano abbastanza marcate sulla sabbia del fiume fossile. Ci addentriamo nelle gole del Jebel che chiudono la piana ormai sia ad est che a ovest. Lontano, sulla pianura in direzione nord, vediamo a qualche chilometro una specie di cono, un redjem di sassi. Pundiamo su esso e con grande gioia sbuchiamo in una pista ben battuta che taglia la pietraia da nord est a sud ovest. Sarà questa la pista Taouz-Mahamid? Ma certo, e che diamine! Quale altra pista vuoi che ci sia in questo luogo dimenticato da Dio?

Sul redjem, un cartello in lamiera porta scritto in vernice bianca "Cafè du Desert", ed una freccia indica la direzione verso nord est, dritto sulla pista. Sostiamo per decidere il da farsi. Senza bussola e senza strumenti di navigazione, sarebbe da incoscienti cercare Mahamid, quindi decidiamo di raggiungere Taouz a nord che, a quanto dice la mappa, è oltretutto decisamente vicina. Ripartiamo fiduciosi. Il fondo è buono e lo scricchiolio del pietrisco risuona come una musica sotto le ruote dell’auto che fila di nuovo come un treno, lasciandosi alle spalle un immane serpentone di polvere. La pista punta verso il Jebel ad Oriente ma dopo 50 chilometri ancora non c’è traccia del fantomatico cafè, né di alcun altro segno di presenza umana. Guardo il sole e valuto che stiamo piegando sempre più ad est. La pista sale quasi impercettibilmente e sfocia in una vastissimo anfiteatro di guglie rossastre. Vedo dune di fronte a me, alla base delle pareti rocciose. Ci sarà un valico, pensiamo, ma la pista diventa sabbiosa e, anche se è sempre ben marcata, d'omprovviso finisce. Termina di colpo, alla base del massiccio, contro una splendida cascata di sabbia ocra, riportata dal vento. Non c’è sbocco,n on c’è valico, non c’è niente di niente. Finisce e basta!

Cerco riferimenti visivi da interpretare sulla mappa, ma non ne trovo. Abbiamo percorso circa 70 chilometri dal redjiem, decisamente verso est, e sono praticamente certo di essere nel Oued Daurah, nel Kem Kem algerino, oltre confine. Panico... Abbiamo acqua, viveri e nafta in abbondanza, ma dobbiamo assolutamente ritornare e cercare la via per Fezzou. Il problema è che non abbiamo la bussola ma, inch allah, ce la faremo. La preoccupazione mi rende frenetico e ritorno sulle mie tracce ad alta velocità, rischiando parecchio sui dossi rocciosi. Ritroviamo il Redjiem, dove in inglese aggiungo un avvertimento per un utopico successivo viaggiatore: "Non salite a nord: la pista è cieca..." Riprendiemao a tutto sud, lungo la pista. Dovrebbe portare al villaggio di Agoult, e quindi passare accanto alla Sebkha fantomatica da cui diverse ore prima eravamo giunti, ma venti chilometri dopo la pista muore in una piana di piccole dune bianchissime, un labirinto di microscopiche barcane attraversato da un dedalo di piccoli gassi in cui si perdono definitivamente le tracce. In lontananza si intravedono delle rovine, ma dove sono non trovo nessuna traccia di eventuali abitanti o almeno qualche testimoonianza di residui di vecchie piste. Scendo dalla macchina e mi siedo su un sasso. Mi accendo una sigaretta e fisso lo splendido paesaggio attorno. Provo un senso di terribile tranquillità.

"Siamo fottuti, Anto: ci siamo persi!" mi sento affermare, come se mi guardassi dall’esterno.

Poi mi sdraio, supino con le mani dietro la nuca a guardare le volute di fumo salire verso il cielo stupendamente terso. Per un lungo momento sto in questo stato di torpore, come sconfitto. Anto mi scuote con furia, mi insulta con i peggiori epiteti del suo vocabolario finchè riesce a farmi reagire. La guardo in piedi sul tetto di Camilla mentre scruta intorno col binocolo…

"Andiamo, Anto: torniamo a casa" le dico

E ripartiamo, questa volta verso occidente. Troveremo sicuramente le tracce per Oum Jirane, o l’asfalto per Alnif. Guido orientandomi col sole per decine e decine di chilometri verso ovest, completamente fuori pista. Avevamo derivato ad oriente decisamente più di quanto avevo intuito. Di colpo Anto mi grida di fermarmi. Blocco la macchina e lei scende. Corre nella pianura di sassi, poi si china ed esulta sventolando qualcosa... i suoi occhiali! E’ un toccasana, un segno della provvidenza. Siamo nella giusta direzione. Di fronte a noi, una grande piana sabbiosa balugina indistinta fino all’orizzonte interrotta da piccole dune sparse. E' un luogo meraviglioso, ma data la situazione non lo apprezziamo a dovere. Fermi per cercare una via da seguire, Anto vede, lontana, una nuvola di fumo salire verso il cielo. Guardiamo meglio. Sembra polvere.. E’ polvere!, la polvere di un mezzo che attraversa la pianura. Senza perdere tempo, mi getto a capofitto nella sabbia. La macchina scodinzola mordendo il suolo soffice. Il polverone è più lontano di quanto sembrasse e ci vuole quasi mezz’ora a raggiungerlo. Un camion zeppo fino all’inverosimile di uomini sta tagliando la pianura, fuori pista. Lo raggiungo e suono, poi mi fermo. Tutti gli occupanti del camion mi sono intorno.

Non tento nemmeno di mostrare loro la mia mappa, e chiedo subito la direzione per Fezzou: come in un balletto perfettamente sincronizzato almeno venti braccia indicano senza esitazione verso nord ovest… E Oum Jirane? Le braccia, ancora tutte insieme, puntano tutte leggermente più ad ovest, ma ancora relativamente a nord. Ringrazio, regalo loro praticamente tutta la mia scorta di sigarette e parto in direzione di un Jebel che prendo come riferimento. Attraverso la zona sabbiosa, una serie di pietraie disastrate, ma non mollo la direzione nemmeno se mi uccidono! Arrivo al Jebel e cerco un altro riferimento. Mi volto indietro per tracciare a vista la direzione da seguire: Le tracce che ho lasciato sembrano tirate con una riga tanto sono diritte. Il sole si sta abbassando velocemente davanti a me, leggermente a destra e sottolinea un intrico di tracce che solca la piana di basalti neri che sto attraversando. Palme e case segnano l’orizzonte ai piedi di un piccolo rilievo. Strizzo gli occhi e riconosco la torre radio di Fezzou. Sorrido. Finalmente le mie ruote rotolano sulla conosciuta pista per Mecissi.

Raggiungiamo la città al tramonto. Entriamo nel piccolo bar alla periferia orientale. Una grande insegna bianca ed azzurra sta appesa proprio sopra la soglia: "Cafè du Desert". Anto si toglie gli occhiali e ci guardiamo. Scoppiamo a ridere, come una liberazione, e la tensione scompare a poco a poco mentre beviamo il più dolce, buono, ensazionale caffè della nostra vita.
(Pubblicato il 26 settembre 2008) - Letture Totali 38 volte - Torna indietro



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