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Il giro del Mondo: ad un anno dal ritorno ricordo che...

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Le impressioni del giro del Mondo. Viaggiare ad un anno dal ritorno, di Marcella Vinciguerra - Inviato il 14 gennaio 2004 da Marcella Vinciguerra.

Il giro del Mondo: ad un anno dal ritorno ricordo che...

“Non puoi partire così, senza un filo conduttore, un elemento trainante…", lo guardo stupita mentre prosegue, "Chesso’, potresti seguire un percorso di Chatwin, di Malraux o di Terzani...” “Seee" , rispondo io, "come se non l’avessero già fatto.”

Parto. Mollo casa, macchina, lavoro, amici, famiglia, comfort e mondanità per avventurarmi nell’esperienza che mi cambierà la vita: il Giro del Mondo in 12 Mesi. Da sola. Non ho un percorso ben preciso quando sbarco nella caotica Bangkok, la meta dei saccopelisti per eccellenza, ma ben presto mi rendo conto che seguire le direttive di altri viaggiatori con lo zaino è meglio di qualsiasi guida turistica.



Persino della Lonely Planet. Girando con i mezzi locali scopro che la Tailandia non è solo una bella cartolina dipinta di palme e spiagge bianche, ma anche devozione, cordialità, profumi di spezie e tradizione, povertà e sottomissione al Mondo Occidentale. Rimango affascinata dai Karen, una popolazione che vive nella giungla del Nord tailandese e mi chiedo per quanto tempo ancora resisteranno nelle loro capanne di niente. E un velo di tristezza ancora mi avvolge quando arrivo nel magico Laos, da poco tempo aperto al turismo.

L’autenticità di questa piccola striscia di terra è così vera che l’idea di un Mc Donalds a fianco di un tempio nella pacifica Luang Prabang mi fa rabbrividire. “Sawadee, sawadee” mi salutano con la mano e un sorriso che scioglie il cuore i bambini dei piccoli villaggi che attraverso su un vecchio motorino. Mi fermo e a gesti cerco di spiegare chi sono, da dove vengo, mentre i loro occhioni neri osservano incuriositi la mia pelle bianca e i miei capelli chiari.



Di tutt’altra pasta i vietnamiti. I vicini di casa dai lineamenti duri e forti hanno capito cosa significa “tourism business” e quando mi guardano vedono solo un portafoglio gonfio con due gambe. Che peccato!

Il Vietnam si rivela comunque un Paese molto interessante una volta superato il pregiudizio accecante delle bombe, dell'odio: bancarelle di frutta colorata, leggiadre fanciulle in abiti di seta, cibo squisito e cappelli di paglia. Anche in Cambogia qualcosa sta cambiando e nei giovani mototaxidriver che mi scorazzano qua e là vedo la volontà di una rinascita e di una crescita intellettuale dopo la lunga oppressione del periodo polpottiano.

Lascio a fatica il sud est asiatico per volare a Bali, l’unica isola indù tra le centinaia musulmane dell’Indonesia. La fortuna vuole che capiti proprio in una settimana di celebrazione agli dei, che coincide con il mio Natale Cristiano.



Al suono dei gamelan[1] volteggio tra le decine di templi addobbati di giallo, mi inchino alle elaborate sculture di frutta e cibo in offerta agli spiriti, parlo con la gente nei migliori abiti tradizionali. Desidero scoprire, saperne di più, ma ancora non mi basta: nonostante le angosce trascinate dal tragico evento del 11 Settembre, voglio visitare Java e Lombock. Ma chi l’ha detto che i musulmani sono uomini neri? Il nero su bianco che l’ospitalità, la cordialità e l’amicizia che queste persone mi mettono a disposizione, delle più toccanti e sincere toccate nel lungo viaggio, rimarrà una lezione e un ricordo indimenticabile.

Quanto mi manca l’Asia nella modernità australiana, dove tutto è quasi perfetto... Il “quasi” si riferisce alla sconfortante realtà legata al mondo degli aborigeni. Nonostante gli sforzi per innalzare la cultura originale, gli aborigeni australiani sono, di fatto, emarginati dalla società, spesso ubriachi e con il futuro incerto. Di ben altri privilegi godono i Maori neozelandesi...



I Kiwi[2] sono molto fieri del popolo che per primo approdò sulla “Terra dalle lunghe nuvole bianche”, tanto da insegnare a tutte le nuove generazioni la Kapa Haka, la danza dei guerrieri Maori. Il Mondo sottosopra è comunque fantastico. La Natura fa ovunque da padrona: non ci si può non innamorare del rosso deserto nel cuore australiano, non si può rimanere indifferenti ai colori turchesi dei fiumi e dei laghi neozelandesi, non si può far finta di non notare tutti quegli strani animali che noi abbiamo sempre e solo visto negli zoo.

[1] Orchestra indigena tipica di Bali e Java e più generalmente dell’Indonesia e della Malesia. Normalmente consiste in grandi gong, xilofoni, e metallofoni (file di barre metalliche accordate e tenute insieme da un maglio).
[2] “Kiwi” è il nome in gergo dei neozelandesi. continua "Il giro del Mondo: ad un anno dal ritorno ricordo che..." (Pubblicato il 14 gennaio 2004) - Letture Totali 63 volte - Torna indietro



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