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Il mio Sudafrica

Racconti e Articoli di Viaggio

Racconto del viaggio, delle emozioni e delle scoperte di un novello Blixen in Sud Africa, di Claudio Montalti - Inviato il 09 gennaio 2004 da Claudio Montalti.

Il mio Sudafrica

Sito o fonte Web: www.claudiomontalti.net Non ho mai avuto il particolare desiderio di visitare il Sudafrica anche se ho conosciuto molti sudafricani qua e là per il mondo. Li ho trovati solo poche volte simpatici a causa di quelle maniere un po' rudi e rigide, di quegli sguardi che - da soli - ancora oggi testimoniano la tenacia e la volontà con cui i conquistatori europei si son fatti strata nonostante tutto e nonostante tutti, spesso con violenza, in un Paese dalle inesauribili ricchezze, ma soprattutto dall'infinito fascino. Non ho mai avuto avuto il particolare desiderio di visitare il Sud Africa nonostante la sua vicinanza con la Namibia, da sempre una delle mete che avrei voluto raggiungere, e nonostante i romanzi di Wilbur Smith mi abbiano sempre fatto sognare con gli occhi e col cuore la città della Tavola, le terre e le vicende di Zulu, Khosa, Ndebele, Shona, solo per citare qualce nome. Da un lato c'era la consapevolezza di una meta già troppe volte masticata e metabolizzata con grandi gioie e soddisfazioni, e la paura per nulla campata per aria di rimanere deluso una volta che mi ci fossi immerso personalmente, dall'altra la decisione che mai e poi mai avrei viaggiato nel Paese dell'Apartheid. Anni e viaggi sono passati finché non è successa una cosa strana: durante una cena mi sono trovato seduto accanto ad un ragazzo da poco tornato da Città del Capo.



Per prima cosa gli ho domandato della situazione, di come le persone vivessero la fine dell'apartheid, di cosa ne pensassero, ottenendo una risposta vaga. Ho insistito, col risultato di infastidirlo. Solo in seguito, quando gli ho domandato dove era stato, ho compreso il motivo della sua stizza. Egli conosceva, e poteva parlarne inserendo i superlativi nei posti giusti, di Cape Town, Port St. John, Port Elisabeth, del Kruger National Park e del beachfront di Durban, ovvero le mete preferite dal turismo o, meglio, da un cerro tipo di turismo, mentre a Soweto (delle townships) aveva dedicato di controvoglia poche parole, le conclusioni di un tour che era stato costretto a fare perché era inserito nel programnma (già pagato). L'ho immaginato con la faccia incollata al finestrino del pulmino, gli occhi sbarrati, il fiato sospeso mentre si guardava attorno come se si aspettasse di vedere spuntare da un momento all'altro qualcosa di molto simile ad un Tirannosauro e ora - senza nemmeno essere mai sceso dal pulmino e probabilmente senza avere mai parlato con una persona nera se non con camerieri, baristi, autisti ecc, e quindi solo per dare ordini - si permetteva di commentare la condizione dei neri nelle townships solo per associarla a miseria e degradazione, di congedare la visita con un offensivo "è solo una perdita di tempo". Le persone nere lo avevano circondato di continuo durante la sua vacanza ma solo come ombre, presenze nere che si muovevano mutamente e timidamente sullo sfondo delle sue giornate, inghiottite nel nulla di nessuna considerazione o curiosità da parte sua.

Chi Sono? Come stanno? Dove vivono?

Chissà se quel ragazzo si renderà mai conto che durante la sua vacanza non ha mai conosciuto il Sudafrica ma, rapito dalle bellezze del clima e dei paesaggi, ne ha solo intravisto la superficie, una faccia che il tour a Soweto non ha per nulla spiegato, approfondito. Allora sono stato meno accomodante e diplomatico di quanto non sia ora ed ho esclamato, più ironico che risentito: "Ecco come molte persone conoscono il Sudafrica e l'Africa in genere: come se fossero stati allo zoo." Quella notte, il tarlo continuò a rosicchiarmi. Rosicchia e rosicchia, compresi che quella nuova curiosità, come tante altre delle mia vita innescate da vere stupidaggini, non mi avrebbe lasciato in pace finché non l'avessi soddisfatta. In più avrei colto l'occasione per visitare la Namibia Mi sono svegliato con la prospettiva di preparare un viaggio doppio, con tutte le difficoltà del caso. State tranquilli, non starò qui a tediarvi con questi dettagli.



Tre mesi dopo quella lite, sono atterrato in pieno inverno australe con dieci ore di ritardo. Già sapevo che questo viaggio non sarebbe di certo stato all’insegna della puntualità, anzi, ma cominciare subito così... Era la mia prima volta in Africa e già mi consideravo molto contento per il solo fatto che, una volta tanto, non avendo il fuso orario diverso dal mio, mi sarei goduto ogni minuto delle due settimane di viaggio. Ho iniziato prendendo il lift dell'Airport Backpackers, un ostello vicino all'aeroporto di Johannesburg, un consiglio reperito da qualche parte in un Newsgroup di viaggi africani, che staziona per tutto il tempo davanti agli arrivi internazionali. Avrei poi sempre alloggiato nei Backpackers, ostelli gestiti da privati e fuori da ogni organizzazione tipo YHA, naturalmente quando c'erano.

Dopo un primo, drammatico impatto da autodidatta con le differenze tra la ricchezza di Santon accanto alla povertà di Alexandria, a Johannesburg, mi sono trovato a confrontare le mie idee con quelle del gestore, bianco, dell'ostello. Mi ha parlato, credo con obiettività, della condizione dei neri e degli indiani che abitano il suo Paese e sembrava che il governo, molto vicino all’ANC, avesse promesso molto e mantenuto poco, che avesse concesso molto ai neri senza però aiutarli veramente a migliorare la loro istruzione, e questo si traduceva e si tradurrà in un lungo stallo in cui ad essere danneggiate sono e saranno soprattutto le generazioni giovani. Le sue parole si possonoriassumere più o meno così: "Esiste un altro Sudafrica (oltre a quello nettamente turistico), un'enorme presenza nera, celata e ignota dal turista tradizionale, ricca di vita nella sua povertà e degradazione. Accanto vive un terzo Sudafrica abbiente che dirige il Paese politicamente. Questi due volti hanno entrambi la stessa origine: le townships. E' qui che devi andare per conoscere gli aspetti di questo Paese, per apprenderne la storia, la gente e la situazione attuale. Tuttavia è un mondo che difficilmente si lascerà conoscere."



Grazia a questo consiglio, mi sono avventurato - non da solo, ma comunque spesso a piedi - per i vicoli e le vie di Soweto, la città-ghetto che i tour operator sconsigliavano a priori, tanto che tenevano i loro gruppi ben stretti e compatti senza mai lasciarli scendere da pulmini e auto. Non ho imparato molto dalla visita. Forse era troppo presto, o forse avevo la necessità di trovare una mia mia personale chiave di lettura a quanto vedevo e sentivo. Sono così ripartito subito da Jo'burg, diretto a nord est, con un combie, piccoli pulmini privati che sostituiscono lo scarso trasporto pubblico, mezzi trasandati che viaggiano a velocità folli, cui mi sono peraltro subito abituato, anche questo un consiglio regalatomi dal gestore dell'ostello. Fuori dalla città, la gente era completamente nera e nemmeno per sbaglio mi è più capitato di vedre un bianco se non quando mi guardavo allo specchio.

Ero l'unico bianco, a bordo e fuori, a quanto potevo vedere. Ai lati della strada, moltissimi villaggi, poche capanne di fango e mattoni, tetti di paglia, fuochi, toilette con mura di paglia e senza tetto ed enormi cesti rialzati per contenere cibo, forse granaglie, sono sfilati uno sopo l'altro, in continuazione, ma più spesso si trattava di isolate capanne o casette col recinto delle capre, panni stesi al vento, bimbi che giocano. Nessuno interrompeva le sue faccende per alzare gli occhi verso lo scassato pulmino. Lì la vita trascorreva uguale giorno dopo giorno e quel pulmino non era una presenza insolita.

Paralleli alla strada malamente asfaltata, correvano due sentieri di terra battuta, le vie di chi è a piedi, dell’Africa della gente comune. Donne con pacchi, borse, catini sulla testa e l'immancabile marmocchio appeso alla schiena alla loro maniera - un'ampia pezza di stoffa le avvolgeva stringendo il bimbo alla schiena, così fan tutte, anche in città e anche quando sono vestite con eleganti tailleur - incedevano flessuose, adolescenti spingevano carriole con i più svariati materiali, oppure conducevano asini, buoi o capre, ma tutti trasportavano per lo più l'acqua. Pensavo che i villaggi fossero una prerogativa solo delle tribù africane invece mi sbagliavo. La maggior parte della gente vive nelle capanne, spesso meno di una dozzina per ogni villaggio, prendendo l’acqua dai pozzi o dalle fontane sparse qua e là, senza corrente né gas, solo fuoco, di legna o di sterco. E' un bene prezioso l'acqua.

Per averne una tinozza bisogna camminare a lungo, spingere una dura pompa quando c'è, e poi caricarsela sulla testa e riportarlo alla capanna. Ogni tanto si apriva una strada più larga che conduceva all’interno, ma all’orizzonte era assolutamente piatto, alterato solo da qualche enorme baobab o acacia. Bastava osservare per immaginare quale fortuna fosse, da quelle parti, possedere una bicicletta. (continua su http://www.viaggiatorionline.com/articoli/dettaglio.asp?id=122) (Pubblicato il 09 gennaio 2004) - Letture Totali 422 volte - Torna indietro



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