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Nel cuore del grande Rift

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Racconto di un viaggio avventura nella Suguta Valley, nel cuore del grande Rift del Kenia, di Antonio Biral - Inviato il 08 gennaio 2004 da Antonio Biral.

Nel cuore del grande Rift

Sito o fonte Web: www.antoniobiral.com Quando avevo presentato il progetto ai miei compagni, anch'io non mi rendevo bene conto di cosa stessimo per fare. Non esisteva pressoché nulla che documentasse quell’area geografica. Solo poche righe nelle guide più specializzate del Kenya la definivano così:

"Un luogo inaccessibile che ospita alcuni rettili tra i più velenosi al mondo come il colubro mangiatore d'uova, la vipera notturna, il cobra, gli scorpioni e nient'altro. Con un clima incredibilmente caldo e secco, dove la temperatura media dell'anno è di 55 gradi e la pioggia arriva, forse, una volta ogni 10 anni." (...)

Alla fine di agosto del 1991, di ritorno da un viaggio tra le tribù del nord Kenya, ai confini con l'Etiopia, arrivai a Loyangalani. Un’oasi di poche palme nel deserto di lava che circonda il lago Turkana, ex Lago Rodolfo.



Uno dei più grandi laghi dell’Africa e uno dei posti più straordinari ma anche fra i più inospitali al mondo, circondato da vulcani, da terre brulle e riarse, con le rive e le spiagge infestate da oltre 20.000 coccodrilli, e l'entroterra ovunque affollato di scorpioni e serpenti. Si trova quasi tutto in territorio keniota. Solo l’estrema parte settentrionale, dove sfocia l’unico vero affluente, il fiume Omo, appartiene all’Etiopia, gli altri due immissari sono per la maggior parte dell’anno fiumi di sabbia. (...)

Questa immensa estensione d’acqua, come quasi tutti i laghi del Rift, non è bevibile a causa della fortissima alcalinità. Questi luoghi, dopo secoli di sconvolgimenti climatici e geologici, sono diventati una distesa di terre aride e desolate dove è difficile anche sopravvivere. Come dicevo, a Loyangalani avevo sentito per la prima volta nominare la Suguta da un indigeno di etnia Samburu, pastori nomadi, di origine nilotica, che vivono nell’area montagnosa a sud est del lago. Mi raccontava di un luogo dove le alte temperature e la mancanza d'acqua non danno possibilità di vita.



Dove noi uomini bianchi, non abituati a quel clima infernale, non saremmo sopravvissuti se ci fossimo andati. In quel momento, la Suguta Valley diventò l'obiettivo del mio prossimo viaggio. (...)

Il primo tentativo di percorrere da sud a nord la Suguta Valley fino al lago Logipi, lo abbiamo fatto nel febbraio del 1992 con Rasul (in lingua araba Profeta nda) Amjid, un indiano che vive a Nairobi organizzando spedizioni, ma che si muove più per il piacere dell'avventura che per interesse economico. Il gruppo che componeva la spedizione era formato da tredici persone: tre donne e dieci uomini e alcuni di noi avevano conosciuto Rasul per aver già viaggiato con lui nei territori del nord est del Kenya, e dava sicurezza il sapere che conosceva la Suguta per esserci già stato. Questo era quanto ci diceva. Così ci siamo fidati di lui e dei suoi mezzi: un camion Mercedes e una Land Rover.

Con questi abbiamo tentato, per ben tre volte, di percorrere l'impervia valle, ma senza riuscirci. Ci siamo spinti al suo interno per trenta, trentacinque chilometri oltre il villaggio di Lomelo, poche capanne abbandonate, unico e ultimo segno dell’uomo prima del nulla. Alla fine abbiamo dovuto arrenderci per l’assoluta impraticabilità del terreno. Crostoni di rocce laviche, pantani, corrugamenti profondi, dune di sabbia, cumuli di terra, alti più delle ruote del camion e fitti come sbarramenti anticarro, costringevano i mezzi ad incredibili acrobazie e a rischiosi passaggi con continue deviazioni e ripiegamenti.



Ci sembrava più facile procedere in prossimità del fiume, ma lì, la crosta argillosa, secca in superficie e umida negli strati inferiori, faceva affondare il camion fino agli assi. (...)

Dei numerosi sprofondamenti l’ultimo fu davvero micidiale. Per sei ore abbiamo lavorato senza sosta in una bolgia infernale, sotto un sole implacabile che faceva ardere la valle ad oltre 50 °C all’ombra. Tutti a scavare, spingere, svuotare il camion di ogni cosa, compresi i sedili e le panche, per alleggerirlo il più possibile nel tentativo di smuoverlo, ma ogni tentativo per liberarci da quella trappola si traduceva in un ulteriore sprofondamento. Solchi sempre più profondi inghiottivano il camion. La situazione era disperata. Il sole a picco cuoceva ogni cosa e tutto l’orizzonte intorno sfumava nella torrida calura. continua "Nel cuore del grande Rift" (Pubblicato il 08 gennaio 2004) - Letture Totali 223 volte - Torna indietro



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