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Australia al TOP: Fraser Island

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Fraser Island, il TOP dell'Australia per avventurosi e non solo: "se avessi avuto un solo giorno in più da trascorrere in Australia, non avrei avuto dubbi: lo avrei passato proprio lì", di Claudio Montalti

Australia al TOP: Fraser Island

Da Rockhampton, ho impiegato un’intera notte in coach per giungere ad Harvey Bay, dove sono salito direttamente su una Land Rover ancora prima che spuntasse l’alba.

Il Self drive safari su Fraser Island era un’escursione in fuoristrada senza guida, totalmente autogestita. Ne avevo sentito parlare abbastanza spesso fin da Sydney, a volte male per colpa del cattivo tempo o della cattiva compagnia, ma non ero minimamente preoccupato. Non vedevo l’ora di passare tre giorni sulla più grande isola di sabbia del mondo, votata dal World Heritage come una delle prime dieci bellezze naturali del pianeta.

Al traghetto era seguito un ruvido sbarco da D-Day, poi una pista di sabbia attraverso una foresta di alte sequoie ci aveva portati da ovest a est, fino a sbucare sulla lunga spiaggia di levante, costantemente appiattita dalle maree e battuta dalle onde del mare aperto. È l’unica ‘strada’ veloce di Fraser Island, ma solo nelle quattro o cinque ore a cavallo della marea più bassa. Larga oltre cento metri nel momento più favorevole, la spiaggia si riduce gradualmente fino a scomparire del tutto sotto le onde ogni dieci ore circa. Al di fuori dell’orario giusto, come di notte, è assolutamente proibito, oltre che pericoloso, viaggiare.



A sera, raggiunto il campeggio nel punto più settentrionale dell’isola, mi sono detto che, se avessi avuto un solo giorno in più da trascorrere in Australia, non avrei avuto dubbi: lo avrei passato proprio lì, su Fraser Island. Le grandi dune di Lake Wabby si erano rivelate un romantico angolo di deserto continuamente ridisegnato dal vento; le Champagne Pools placide polle d’acqua gelida, ma incredibilmente frizzante grazie alle bollicine che nascono in profondità, dove le onde dell’Oceano si insinuano con forza tra le piccole fessure delle rocce che le separano dal mare. Su tutto, la sensazione costante di planare nell’aria mentre sfrecciavamo veloci sull’interminabile lungomare di sabbia.



Il giorno seguente è venuto il mio turno di guidare. Al Rainbow Gorge, la Gola dell’Arcobaleno, uno stretto sentiero pedonale ci ha condotti fino alle gole di un piccolo canyon scavato dai venti nella sabbia pressata dall'acqua e dalla vegetazione. Nessuno di noi si aspettava di sbucare in un crudo angolo di deserto di sabbia scurissima. Col termometro che toccava i 45 gradi, pochi passi sono stati sufficienti a prosciugarci la gola. Il silenzio era irreale. Pur vicini, i rumori del mare sembravano rimanersene alla larga dalla desolazione di quel landscape, poi qualcosa è mutato.

Dapprima appena percettibile per la lontananza, una linea è risaltata più scura dove le dune si sposavano le une con le altre. Avvicinandoci, un rivolo d’acqua cristallina largo appena una spanna si è materializzato come un miraggio: disegnava uno sberleffo iridato che la luce del sole faceva luccicare come la bava di una lumaca. Spinte da un impulso irresistibile, le ragazze del gruppo si sono tutte chinate su una cascatella e hanno bevuto. Mi è sembrato di assistere a qualcosa di mistico, quasi che quella fosse la fonte dell’Eterna giovinezza, della Sapienza, o dei Desideri non realizzati.

Per me, quel rivolo con i colori dell’arcobaleno era la dimostrazione della bravura con cui la Natura inscena performance dove meno te l’aspetti, ma c’era una spiegazione. Dune di diverse tonalità si rincorrevano verso l’interno dell’isola ed è stato sufficiente infilare un dito nella rena rovente, e poi toglierlo, per scoprire che sabbie bianche, rosse, ocra, marroni, grigie e arancio si erano depositate le une sulle altre seguendo i capricci del vento, della grana e della densità.



Tornati alla macchina, mi sono per una volta unito alla sbornia degli altri. Sdraiato sul cofano della Land Rover, la schiena mollemente adagiata al parabrezza, con una gavetta di vino fresco in mano mi sono gustato con animo sempre più sognante lo spettacolo delle grandi onde blu che s’infrangevano instancabili sulla highway. Le ho assaporate e rigirate nel palato una ad una insieme al vino, finché non sono più riuscito a distinguere con certezza dove il cobalto del mare si univa al blu del cielo. Gli strilli delle ragazze ci hanno portato alla realtà: la spiaggia era quasi del tutto scomparsa sotto la marea.

Ce ne siamo allontanati prendendo la pista per il McKenzie Lake. Avevo ancora la gavetta mezza piena in mano quando la visione ha iniziato a materializzarsi.

Lampi bianchi penetravano gli innumerevoli spiragli tra la vegetazione mentre la Land Rover seguiva la pista di sabbia che si attorcigliava tra le sequoie.

Sceso dalla macchina, mi sono fermato dove finiva la foresta e iniziava la spiaggia. All’ombra degli alberi, senza fiato e senza parole come davanti alla più inaspettata delle sorprese, non sono stato capace di muovere un solo passo in più. Temevo di vedere svanire quei colori come una bolla di sapone non appena li avessi calpestati.



La spiaggia, candida come sale, fine come borotalco, soffice come piume d’oca, brillava al sole come neve appena caduta. L’acqua del lago, cristallina a riva, diventava azzurra e poi caricava do colore fino al blu più intenso che ho mai visto. Sembrava inchiostro di china…

Come poteva essere tutto vero? 

Dopo cena, e una breve digressione al lago per vedere le stelle che brillavano più intense del solito nell’aria gelida come quella dell’alta montagna, mi sono steso vicino al fuoco. Le fiamme ballavano allegramente disegnando sagome irreali tra gli alberi della foresta. Fissandole, mi sono lasciato ipnotizzare e trasportare in un tempo senza tempo, fino ad addormentarmi. Mi ha destato qualche cosa che tirava un angolo del mio sacco a pelo. Ho mormorato nel sonno e il movimento è immediatamente cessato. Poco dopo è ripreso. Pensando a qualche scherzo dei compagni di quell’escursione, ho socchiuso appena un occhio.

Un dingo stava entrando nel cerchio di luce proiettato dal fuoco. Un altro, chino sui miei piedi, continuava a strattonare coi denti un angolo del mio giaciglio. Doveva avermi scambiato per un gustoso salsicciotto!
Ritrarmi bruscamente è stato però sufficiente a farli scappare entrambi.

Ma questa è un'altra storia...

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