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Siem Reap, Phnom Penh e Sihanoukville

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Impressioni di viaggio in Cambiogia, di Marcella Vinciguerra - Inviato il 14 gennaio 2004 da Marcella Vinciguerra.

Siem Reap, Phnom Penh e Sihanoukville

Bangkok, 15 dicembre 2001. 75 dollari. E ci siamo evitati una sfacchinata sulle tortuose strade della Cambogia. E risparmiato tre giorni di viaggio. Vietnam Airline, Saigon-Siem Reap, un'ora di volo, ottimo servizio, pranzo a base di sandwiches freschi, atterraggio morbido. Ed eccoci catapultati in una realtà completamente diversa, a partire dal sorriso della gente e della loro disponibilità, alle strade non intasate dal traffico, al sole splendente. Già mi piace.

Siem Reap è forse la città più visitata della Cambogia, per via del grande tesoro storico, artistico e culturale che dista soli sette chilometri dal centro: Angkor. La cittadina non è niente di speciale, ma è la più curata e ordinata vista in Asia sinora. Bei giardini, mega Hotel lussuosi, lucrosi negozi di souvenir. Ma Angkor... My God... Le parole non possono esprimere l'emozione di trovarsi al tramonto, tra il frinire delle cicale e il lontano eco dei bonghi buddisti, nell'Immensità di Angkor Wat, il tempio del Dio-Re Jayavarman II. Un'atmosfera surreale, mistica, eterna, ti penetra nella pelle e ti fa sentire in pace col Mondo Intero. Un'atmosfera che si ripete, dopo una breve notte turbata dall'eccitamento e dalla bramosia di tornarci, all'alba. Ancora buio, siamo già seduti per riempirci i Sensi del magico effetto che infonde questo luogo ricco di templi e parchi, storia e cultura, religione e battaglie, arte e vita. Qui anche il turista più ignobile tace, lasciando spazio al primo cinguettio degli uccelli, alla cantilena dei monaci, alle ultima strida dei pipistrelli, al gracchiare delle rane che salutano il giorno che sta nascendo. Nulla di quello che ho visto nei miei viaggi è paragonabile all'imponenza di Angkor Wat, neppure la Piramide del Sol, in Messico. Di certo, un giorno non basta per visitare tutti i templi del complesso archeologico di Angkor, ma è anche vero che è molto stancante: è immenso!

Ancora pieni di entusiasmo e di emozioni, lasciamo Siem Reap con un velo di tristezza, imbarcandoci per Phnom Penh, la capitale. Il viaggio in battello è comodo, rilassante: appollaiati sul tetto ammiriamo il paesaggio statico e perpetuo delle campagne cambogiane e della vita sul Lago Tonlè Sap prima e sul fiume omonimo poi. Barchette di pescatori con intere famiglie a bordo, villaggi costruiti su palafitte sulle rive del fiume, alte e sottili palme da cocco, sconfinati campi di riso. Arrivati al porto di Phnom Penh siamo assaliti da mototaxidriver e da proprietari di Guest House, scene che mi ricordano la Grecia dei miei vent'anni. Il turismo è in pieno fermento. Adoro i mototaxidriver cambogiani, o khmer, come si autodefiniscono. Puoi parlare ore e ore con loro. Quasi tutti parlano inglese e molti di loro hanno molto da raccontare, forse troppo per ragazzini di 16-20 anni. Vedono il mondo attraverso gli occhi dei turisti, e sognano di potere vedere un giorno la Statua della Libertà, o si salire sulla Torre Eiffel. Mi rendo conto di quanto io sia fortunate e mi stringe il cuore dover “contrattare” il mezzo dollaro in più o in meno per il servizio offerto.

Sofferenza, adeguamento, sottomissione, rabbia... questo si legge nei loro occhi, come in quelli delle centinaia di persone ritratte in bianco e nero nel Tuong Sleng Museum, meglio conosciuto come S-21, una ex scuola diventata prigione nel 1975 durante il periodo di terrore dei Khmer rossi, un luogo maledetto in cui 17 mila - uomini, insegnanti, politici, semplici lavoratori, donne, bambini - sono stati imprigionati, torturati, violentati, umiliati, spogliati dei loro beni e della loro identità per poi essere uccisi nei campi di sterminio di Choeun Ek (dove io e Jens ci rifiutiamo di andare: troppo fresca è ancora la ferita dell'olocausto nazista). "Per non dimenticare”. Dice il cartello all'ingresso del Museo.

Lasciata la Capitale dei tristi ricordi, ma anche di strade brulicanti e pullulanti di nuova linfa vitale, dalla bella passeggiata lungo il fiume in stile Palm Beach, dalle spendenti guglie dorate del Grand Palace, ci spostiamo verso sud per un po' di abbronzatura e di sano “svacco da mare”, verso Sihanoukville, cittadina inconsistente ma spiaggia da sogno. Pace, tranquillità, sabbia bianca e una luna piena splendente, dominante. Con due sdraio, una bottiglia di vino, delle candele, calamari grigliati all'istante dalle abili venditrici ambulanti, gamberoni e granchi a volontà, e il nostro personalissimo Full Moon Party non ha nulla a che invidiare a quello devastante e travolgente di Ko Pha-Ngan (Thailandia). Passiamo pigri giorni sulla spiaggia cambogiana, un breve relax per la successiva partenza, questa volta via mare e poi, via autobus per raggiungere l'amata-odiata Bangkok. Tutto sommato un viaggio tranquillo. E' tempo di saluti: Jens parte per la Germania, ma per poco. Mi raggiungerà a Bali per Capodanno e per girovagare ancora un mese insieme!

Io me ne vado al Sud: Phi Phi Island, l'isola di James Bond. Ma questo, è un altro capitolo! (Pubblicato il 14 gennaio 2004) - Letture Totali 169 volte - Torna indietro



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