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Bali - sesta puntata

Racconti e Articoli di Viaggio

Quinta parte del capitolo su Bali, in origine compreso nel testo di "Australiando", di Claudio Montalti. - Inviato il 30 gennaio 2013 da Claudio Montalti.

Bali - sesta puntata

Sito o fonte Web: www.claudiomontalti.net Ignorando i tremiti di freddo che hanno preso a scuotermi non appena sono risalito sulla moto, ho cominciato la discesa verso la costa settentrionale di Bali. Venti metri sotto il passo spazzato dal vento, sono stato inghiottito dal denso vapore delle nuvole.

Stretto ancora più forte al telo avvolto attorno al torace, come se quel semplice gesto potesse creare uno schermo magico, metro dopo metro sono penetrato in un calvario. Il gelo entrava di prepotenza da ogni dove, martoriandomi la pelle con uno stillicidio di punture.

Tremando convulsamente sotto gli spasmi causati dall’ipotermia, a velocità bassissima ho disegnato sull’insidioso asfalto umido, che a malapena intravedevo sotto le ruote, traiettorie tutt’altro che dritte. Ero già bagnato come un pulcino dall'umidità densa e spettrale quando un primo violento scroscio di acqua mi ha costretto a riparare sotto una tettoia. Le soste sotto improvvisi diluvi si sono sprecate.

Se il freddo intenso mi affliggeva, assai peggiore era la sensazione gelida dell’inverno. Il buio cupo e la nebbia dai quali pensavo di essere lontanissimo, da cui ero fuggito immergendomi prima nella piena estate australiana e poi nel clima equatoriale di Bali, erano lì che osservavano ghignanti i miei inutili sforzi di sottrarmi, io che vestivo leggero, alla loro morsa implacabile.

Impotente contro il disagio fisico e mentale, mi sono aggrappato con incrollabile fiducia alla mia resistenza. Scanditi dai lunghissimi secondi dell’ora e mezza più brutta del mio viaggio, venti chilometri di asfalto lucido di pioggia sono via via scivolati sotto la moto finché, fuori dalle nuvole, non ho visto il versante settentrionale di Bali digradare verso l’Oceano.

Finalmente visibili, foreste piantagioni di banane, ananas, mango e frutti della passione traboccavano sulla strada tortuosa diffondendo gustosi sentori nell’aria di nuovo asciutta. Se ono letteralmente volato per gli ultimi venticinque chilometri che mi separavano da Singaraya, ex capitale dell’isola.

Unita alla velocità, l’aria sensibilmente più calda è sembrata dapprima ustionarmi la pelle intirizzita dal freddo, poi mi ha asciugato dolcemente e infine ha inseguito, stanato e scacciato il freddo da ogni profondità delle ossa in cui era riuscito a penetrare.

Il giorno seguente mi sono dovuto nuovamente tuffare tra le nuvole per attraversare la catena montuosa che taglia Bali da est a ovest come un muro. Non ho potuto evitare il freddo ma, già scottato dalla precedente esperienza, ho scelto un valico più basso e non ho sofferto un eccessivo disagio.

Qualche tornante prima di uscire dalle nuvole sul versante opposto, nella luce ancora lattiginosa, ma già accesa dai raggi del sole che avrei di lì a poco rivisto, ho trovato la sede stradale confusamente occupata dalle sagome di decine e decine di mici. Code diritte come antenne e passi sinuosi e leggeri stavano introducendo una nota consueta nella mia giornata; ho rallentato, almeno finché non ho intuito che mi stavo infilando in un intero branco di scimmie.

Gli occhietti vispi, quelle particolari posizioni che precedono il balzo, quell’improvviso muoversi all’unisono, quasi che la mia apparizione dalla nebbia fosse stato un segnale che tutte quante conoscevano, e aspettavano da qualche tempo, mi hanno spinto ad accelerare immediatamente. Ho tagliato velocemente in due il branco che, pur tra berci di protesta, si è aperto davanti a me come la superficie del mare davanti alla prua affilata di una nave.

Meno di un chilometro dopo, alla fine della discesa, il Tempio del Lago si è materializzato in piena luce in tutta la sua assoluta placidità. La semplice costruzione di pietre del tipo funebre, o chandi, emergeva direttamente dalle acque immobili di un piccolo lago abbracciato dai fianchi intensamente smeraldo delle montagne circostanti.

La luce morbida del primissimo mattino inondava gli strati di bambagia che cingevano le foreste e sovrastavano il lago e il tempio, s’irraggiava ancora più uniforme amplificando ed esaltando colori già belli, caricando di effetti speciali superfici, linee e curve già incantate. Trovato un adeguato punto di osservazione, ho potuto trascorrere circa un’ora in solitaria contemplazione, prima che l’arrivo caotico e rissoso di diverse comitive frantumasse la delicatezza dell’immagine in migliaia di piccole schegge senza valore, esattamente come se un diamante d’inestimabile perfezione e valore fosse finito sotto il maglio violento di un fabbro.

Arrabbiato contro l’intrusione, sono ripartito. Ho cercato verso ovest, lungo strade secondarie, la via verso il Tempio del Monte Batukau. Salendo e scendendo pendii coltivati a risaie, attraversando improvvise e disordinate macchie pluviali senza incontrare anima viva, ho cominciato a pensare che sarei giunto a un tempio remoto, ormai inghiottito dalla giungla vorace. Niente di più sbagliato.

Qualche rara vettura stracolma di balinesi in pellegrinaggio verso il tempio successivo ha preannunciato incontri più frequenti finché, tre chilometri a sud del Monte Batukau, non sono finito sulla strada principale, dentro a una folla d’auto e moto da pieno ferragosto al mare. Ogni auto era bloccata sotto il sole cocente e nessuno riusciva più ad andare avanti, né a tornare indietro. Migliaia di balinesi avevano già abbandonato le proprie automobili ovunque si erano fermati e camminavano allegri verso il tempio, avvolgendo con risa e colori l’ormai immobile e rovente serpentone metallico.

Nell’umidità asfissiante, le donne avanzavano con assoluta naturalezza, e senza sforzo apparente, tenendo in equilibrio sulla testa tradizionali composizioni piramidali di fiori, frutta e riso. Ho proseguito qualche centinaio di metri, poi ho lasciato la moto sul ciglio della strada e iniziato a fornire il mio tributo alle divinità presso cui i balinesi stavano intercedendo quel giorno, al fine di provocarne interventi favorevoli, o almeno non sfavorevoli.

Fisicamente immerso in una fitta folla di balinesi sorridenti e colorati, festanti e gioiosi, toccato, accarezzato e sfiorato da stoffe morbide, pelli calde e asciutte, odori d’incenso, fiori, cibo, fragranze sconosciute e sensuali, spesso così forti da fare girare la testa, alliettato da musiche, lusingato da sorrisi e da saluti, in due ore - tanto è durata l’andata e il successivo ritorno dal tempio - ho assorbito quanto più potevo del giocoso fervore religioso degli induisti balinesi.

Di mio, vi ho aggiunto la profana e aperta ammirazione dei particolari fisici più eccitanti delle ragazze. Vestite di colori vivaci come una seconda pelle, sopperivano fin troppo bene all’assenza del sole.
Di corporatura minuta per gli standard europei, la pelle abbronzatissima, il sorriso sempre perfetto sui delicati lineamenti di volti ovali, apparentemente ingenui e per questo più maliziosi e seducenti, le ragazze balinesi erano tutte molto desiderabili. Fasce di seta colorata stringevano i fianchi evidenziando i corpi snelli, esaltando forme ben proporzionate di seni che i pizzi delle camicie lasciavano trasparire, e di sederi fasciati in attillati sarong che ondeggiavano sensuali e ipnotici.

In più, impedite nel girarsi dai cesti o dalle composizioni che portavano in testa, nell’incrociarle tutte roteavano gli occhi fino a diventare deliziosamente strabiche. Mi sono riempito di quei volti, di quei sorrisi e di quel calore. Lungi dal rimproverarmi, gli uomini approvavano il mio sincero apprezzamento per quello che vedevo. Cominciavo a imparare.

Infine, i miei occhi si sono posati su una bambina.
Appesa al fianco della madre, muoveva soprappensiero, ma intenta, le manine e gli occhi imitando la particolare mimica delle ninfe celesti celebrate nelle danze religiose balinesi, dove il bene vince sempre sul male. Persa in un mondo tutto suo, pareva una piccola dea incurante della confusione e del caldo e, per questo, assai più reale. (Pubblicato il 30 gennaio 2013) - Letture Totali 196 volte - Torna indietro



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