Solo guardare

Letteratura e libri di viaggio

Solo guardare. Storia di un viaggio in Marocco di Alighiero Adiansi, Ed. La bottega del caffè letterario - Inviato il 05 novembre 2010 da Alighiero Adiansi.

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Solo guardare

Dove va stavolta Alighiero? Tira le righe sghembe dell’itinerario in Marocco, nell’ultimo ponente africano, sotto l’imminente sud dell’orientale Sicilia, sopra l’immediato nord del tropico del Cancro. Spazio Marocco, che viene da Marrakech, ex florido mercato. Per il mito è un posto scomodo. Atlante, gigante dai piedi in un posto mai detto, regge il mondo poggiando il Marocco in spalla. Ci arrivano prima i Fenici. Poi i loro cugini Punici. Quando Cartagine rotola sotto il ferro romano, Augusto affida il Marocco a Giuba II marito di Cleopatra Selene figlia del bell’Antonio e di Cleopatra regina suicida. Periodo di sfarzi e di cultura. Decade l’Impero ed in Africa entrano i Vandali. 200 anni dopo gli Arabi conquistano il Nord Africa e un po’ di Spagna. Arrivano l’Islam e la coercizione dei Berberi, l’unico popolo originario di questi monti e sabbie. Dinastie una dietro l’altra. Un po’ arabe, un po’ berbere. Primi del ‘900, alla Francia non basta l’Algeria e stabilisce il suo protettorato sul Marocco. Vita dura per i Marocchini e per i Francesi che fuor di Francia nessuno li vede bene. Rivolte, guerriglia, disobbedienza. Dopo la II guerra mondiale il Marocco vuole indipendenza. La Francia esilia il sultano in Madagascar. Poi lo richiama. Errore fatale. E’ il 1956, il Marocco è libero. Grossomodo, di Marocchini ce ne sono 20 milioni. La maggior parte nelle campagne e nelle valli, un terzo nelle grosse città. Sin da subito i giovani emigrano. Si sa: si dice “Marocchini” per dire “extracomunitari”. Dei paesi del Nord Africa è di certo il migliore. Per noi è comodo pensare che dove non c’è il superfluo ci sia miseria. Forse lo credono anche i Marocchini in sella ai propri somari raglianti. Ma forse i più somari siamo noi in groppa ai nostri motoroni. In Marocco ci sono lealtà e amicizia, amore per i bambini ed attaccamento alla famiglia.

Del libro che dire? L’idea di vivere un’emozione da altri codificata sconforta. Ma Adiansi, quando racconta, non traccia la sua strada personale, ci lascia liberi di percorrere la nostra in modo pudico. Ripercorriamo (anche in poltrona) i sommovimenti, le associazioni improbabili, gli umori dolci della stessa via re-inventandola di nostro. Dopo l’ultima pagina viaggeremo con più moderazione. Non tireremo sui piedi degli altri i nostri cigolanti trolley perché non guarderemo solo davanti, ma anche a fianco e dietro di noi. Non ciondoleremo sotto il peso di zaini stipati, curvi sotto il peso dei nostri averi ambulanti, incapaci di rizzare la testa durante la marcia. Il libro è lo zainetto che, col suo stretto indispensabile, ci impedisce di portare i nostri passi troppo in là. E’ inutile andare troppo lontano! Non siamo più di quelli che debbono staccare la spina ad ogni costo per un po’ d’inebriante aria nuova. Nel libro ci sono un sacco di intrusioni nella vita di ciascun lettore. I ricordi e gli stati d’animo di ognuno di noi non sono disturbati dalla cronaca spiritosa del viaggio di un gruppo eterogeneo di sconosciuti. Possiamo attardarci nelle pause. A chi gli importa di arrivare? Il viaggio raccontato nel libro ha un suo senso condivisibile: girare attorno al traguardo, mantenersi in balia dell’istinto interiore, socializzare con quelli che puoi incontrare soltanto nelle pause della vita. Adiansi non entra mai nei monumenti. Ci entra soltanto quando il territorio che percorre passa per quella direzione. Altrimenti tira dritto. Nessuna descrizione di comodo. Niente celebrazioni di immaginari già raccontati. Poca avventura da quattro soldi, molta domesticità esotica. È un viaggio consono ad un cammino del guardare, strettamente risonante con gli umori variabili di ciascuno. E’ accettata la spiacevole conseguenza che gli umori e i giudizi che ne derivano, si siano formati in ognuno dei lettori (e dei compagni di viaggio) in anni lontani, in tempi trascorsi, in momenti di dolore. Leggiamo ed i nostri giudizi si formano sui nostri umori. Sui nostri umori peggiori perché sono solo questi a darci una regola, a darci la misura. Perché ci rimandano indietro a qualcosa di importante, a qualcosa che abbiamo perso. Adiansi racconta bene le soste. E, proprio nelle pause accidiose, gli umori emergono senza remore. Ed allora ci si domanda quanto un luogo ci assomiglia e quanto sia distante da noi. E perché ci rispecchia oppure ci piace all’estremo opposto? Facciamo i conti con quello che vediamo (e leggiamo), qui ed ora, ricordandoci però che quel presente lì (così ben narrato) lo possiamo recepire solo attraverso una zona archeologica di noi stessi. Non ci spaventa più quel percorso divagante attorcigliato su se stesso. Abbiamo ben afferrato che ogni storia è un surrogato di un’unica storia che ne è la matrice, una storia viva e palpitante, una storia nascosta.

Lucio Lageder.

Dello stesso autore, La Bottega del Caffè Letterario di Roma ha già publicato il primo romanzo: “DOUBLE ROOMSStoria di un viaggio nello Yemen (Pubblicato il 05 novembre 2010) - Letture Totali 470 volte - Torna indietro



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