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La Casa della Gioia

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La Casa della Gioia, viaggio responsabile in Benin di Gaddoni Raffaele

La Casa della Gioia

Sito o fonte Web: www.webalice.it/flavio.nadiani Durante il nostro viaggio in Benin, non potevamo tralasciare di far visita a Justine. La sapevamo impegnata ad accogliere nella sua casa alcune donne scacciate dai mariti assieme ai loro figli. Spesso la scacciata deriva dal fatto che la donna non accetta che il marito prenda una seconda moglie, anche perché le risorse economiche non garantiscono nemmeno il mantenimento della prima moglie e dei figli avuti da lei. Hanno così inizio continue liti che sempre più spesso si concludono con la scacciata della donna.

A volte lei ritorna dai genitori e lascia loro in custodia i figli, per andare a cercar fortuna in capitale od in Nigeria. Qui esiste un vasto ceto medio, le cui famiglie sono in grado di assumere manovalanza per svolgere i lavori domestici.

Generalmente trovano facilmente lavoro le donne giovani e senza figli. E’ per questo che per riuscire ad ottenere un lavoro la donna è costretta a lasciare in consegna i figli ai genitori od a un famigliare.
Justine gestisce un maquis – ristorantino locale – alla periferia di Ouidah ed a bordo della strada che unisce Lome (Togo) a Cotonou (Benin).

Alcune donne scacciate di casa dai mariti, originarie del Nord del Paese ed in particolare di Djougou, dovendo trovare una soluzione al loro grave problema, si sono rivolte a lei per un consiglio ed un aiuto. Lei ha risolto il problema offrendo loro un lavoro nel suo ristorante ed ospitandole nella sua casa assieme ai figli più piccoli. Poi il loro numero è cresciuto, tanto che ora le entrate del ristorante non permettono più l’erogazione di uno stipendio e quasi nemmeno riescono a far fronte al mantenimento delle mamme e dei loro figli.

Lo scorso anno un amico, sposato ad una ragazza del Benin, amica di infanzia di Justine, ha fatto costruire una abitazione a Ouidah, in quanto intende dar vita ad una iniziativa di “Turismo responsabile”. Ha allora dato in gestione il piano terreno di questa casa a Justine, affinché possa abitarvi assieme alle mamme ed ai lori bambini, quindi li ha la sua sede la “Casa delle gioia”.

Durante il giorno le mamme preparano il cibo nel maquis e rientrano a casa verso le 16,30. Dopo cena un paio di donne vendono all’angolo della strada la boui, una bevanda locale, per incrementare le entrate economiche della casa.

Justine si preoccupa della gestione generale e di organizzare la scolarizzazione dei fanciulli in età scolare, perché esige il loro sviluppo intellettivo.
Alla sera, quando tutti sono tornati a casa dalle varie attività, i ragazzini si radunano in cortile e sotto al loggiato per fare i compiti e studiare.

Quelli più avanti nello scuola insegnano a quelli che frequentano i primi anni. Un foglio di compensato posto su un cavalletto funge da lavagna ed un apprendista falegname si improvvisa insegnante per gli scolari delle elementari. Gli scolari seguono con attenzione i suoi insegnamenti e si cimentano negli esercizi che egli propone. Ci siamo resi conto dell’apprendimento di questi scolari, essendo rimasti ospiti in questa casa per alcuni giorni.

La nostra amica è sposata e dal matrimonio con un professore di scuola media che insegna in un istituto di Parakou sono nati 5 figli: 4 femmine ed un maschio. I minori che abitano in casa sono però 18, ma tutti sono fatti oggetto delle stesse attenzioni ed affetto.
Abbiamo chiesto a Justine se i suoi figli naturali qualche volta le manifestano contrarietà in quanto sentendosi amati nella stessa misura degli altri, si sentono meno considerati come figli. Lei ci ha detto che assolutamente no, accettano con gioia la coabitazione. Non si ribellano al fatto che non riservando ad essi un trattamento preferenziale, anch’essi vanno vestiti molto modestamente, così come devono accontentarsi di vivere poveramente.

I vicini di casa, quando hanno notato crescere il numero degli ospiti della casa, hanno manifestato la loro preoccupazione e le hanno chiesto: “Tu hai un piccolo ristorante, perciò avrai un conto corrente bancario con un certo deposito, per garantirti una buona gestione.” Lei ha risposto: “Si ho un conto bancario, ma esso è costantemente vuoto perché il guadagno del ristorante è appena sufficiente al nostro mantenimento”.

La sua risposta li ha ancora più preoccupati ed hanno aggiunto: “Ma un giorno i tuoi figli ti rimproveranno di non esserti preoccupata del loro avvenire e di avere sperperato tutto per mantenere tanti estranei. Caccia via tutta questa gente e pensa un poco di più a te ed ai tuoi.”

Justine ha allora risposto: “Da ragazzina ho sofferto sulla mia pelle quello che ora soffrono i fanciulli che ospito, Ho visto mia madre soffrire le stesse pene delle donne che ho accolto. Quando provavo e vedevo tutta quella sofferenza, mi sono ripromessa di spendere tutta me stessa per annullarla e portare la gioia nei cuori. Sono felice quando vedo un volto sorridere, un bimbo ben vestito, nutrito, curato. Sento che non devo troppo preoccuparmi dell’avvenire mio e dei miei figli, perché già ora Dio interviene quando e come meglio ritiene. Mio marito Cristian Yaya condivide quello che faccio, solo si raccomanda di non esagerare per non compromettere la mia salute.”

Tornata da scuola Clemence, la figlia maggiore ho voluto interrogarla per avere una conferma di quanto affermato dalla madre. Le ho chiesto: “Sei contenta che in casa ci siano tanti altri ragazzini? Non ritieni che la loro presenza ti costringa a rinunciare a tante cose che ti piacerebbe avere: bei vestiti, le ultime novità per il divertimento ecc.?”

Con grande serenità mi ha risposto: “No, è bello essere in tanti in casa, vivere assieme, condividere le stese cose. Nella famiglie dei vicini i ragazzi vivono isolati. Noi invece ci divertiamo tutti assieme. E’ vero, i miei compagni di scuola vestono con abiti giunti dalla Francia, mentre io devo accontentarmi di vestiti realizzati in Benin. Io sono di questo Paese e devo essere orgogliosa di vestire alla moda del mio Paese.”

Poi ha aggiunto”Fare del bene rende felici ed io sono contenta che i miei genitori abbiano scelto per noi questo modo di vivere. L’altro giorno, mentre andavo a scuola ho visto per strada due bambini, uno più grande e l’altro più piccolo. Il più piccolo piangeva. Ho fermato la bicicletta ed ho chiesto perché piangesse. Il più grande mi ha risposto che aveva fame. Ho preso dalla tasca i soldi che mamma mi aveva dato per la merenda e li ho dati a questi bimbi affinché comprassero qualcosa da mangiare. Io ho rinunciato alla merenda, ma quei bimbi per quella mattina non avrebbero più avuto fame. E’ stata una cosa piccola, ma potevo fare quello e l’ho fatto. Se ciascuno facesse per gli altri quello che potrebbe fare!”

Clemence è una ragazza beninese di 14 anni, quale insegnamento per tutti noi che riteniamo di poter impartire lezioni di civiltà e democrazia ai popoli che consideriamo sottosviluppati. (Pubblicato il 26 marzo 2010) - Letture Totali 207 volte - Torna indietro



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