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Aboubhakar, l’imazighen di Ghat

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Emozioni e Itinerari di un uomo a spasso per il Sahara, di Roberto "Robo Gabr'aoun" - Inviato il 27 febbraio 2009 da Robo GabrAoun.

Aboubhakar, l’imazighen di Ghat

15 Dicembre 2001... Gadames, inverno 98/99. Siamo fermi nel campo attrezzato di Winzrik, assolutamente soli. Il basso muretto di pietre imbiancate era, allora, l’unica barriera tra noi ed il palmeto della città vecchia. Oggi, tre anni dopo, lo stesso campo è completamente cambiato, con bungalows per i turisti, una grande reception, un bar, un servizio alberghiero.... Ma torniamo indietro.

Non c’è nulla, non c’è nessuno. E’ pomeriggio presto, le 15 o giù di lì, ed il sole è sorprendentemente caldo. Arriviamo da Zwara e ci riposiamo con una doccia calda. Al gestore del campo, finalmente arrivato, richiediamo una guida per percorrere la Gadames - Ghat, l’indomani. Troviamo un accordo e ci diamo appuntamento per il giorno dopo. Passeggiamo per le vie della città nuova, deserte: siamo in gennaio ed i turisti non ci sono più. Anche la città vecchia è deserta, e la piazza di Ain Fras è silenziosa.

Ho in tasca la foto di una guida locale, lasciatami da un amico venuto qui qualche tempo fa: il suo nome è Aboubhakar, di Gadames, della Winzrik.

Richiedo sue notizie al gestore del campo che non lo conosce (strano:fa parte di Winzrik da 15 anni!). Girando per la cittĂ  mostriamo la foto a diverse persone, ma non otteniamo alcun risultato. Non importa; mi avrebbe fatto piacere poter avere con me una persona che mi era stata indicata come affidabile da un amico, ma sicuramente sarebbe andato tutto bene anche diversamente.

Sera: la temperatura scende vertiginosamente ed accendiamo un grande falò. Il gestore del campo se ne è tornato a casa e ci chiudiamo all’interno del campo sbarrando il cancello di lamiera arrugginita. Scavalchiamo il muretto ogni mezz’ora per addentrarci nel palmeto buio e silenzioso in cerca di rami secchi e fronde di palma. Il freddo, appena un po’ lontani dalle fiamme, è pungente. Il termometro segna meno 4. Stiamo per andare nell’Air Camping quando due fari illuminano il cancello e le trombe di un clacson rompono il silenzio della notte. Voci, portiere che si aprono e grandi manate sulle lamiere. Non sappiamo cosa fare: dopo qualche tentennamento ci decidiamo ad aprire, non senza qualche apprensione… Spalanchiamo la cancellata ed ecco tre arabi vocianti che ci indicano un uomo, seduto nell’auto, avvolto in un bubu indaco, con un velo bianco che gli copre il viso. Pare sia Aboubhakar… Scende dall’auto con fare maestoso, senza scomporsi, come un guerriero annunciato dai suoi vassalli che invece si danno un gran da fare ad esaltarne doti e pregi… Non dice una sola parola ma, con gesti inequivocabili, ci chiede di vedere la foto: la osserva, si toglie il velo e dritto e fiero esclama "Aboubakar", con voce tonante battendosi il palmo della mano sul petto con forza.

Invitiamo tutti intorno al fuoco e scaldiamo il the. Spieghiamo che siamo già in accordo col gestore del campo, ma pare non sia un problema: basta che diciamo che preferiamo lui e finisce lì… Chiedo spiegazioni sul perché il gestore non lo conosceva: non ricevo risposta. Rimandiamo ogni accordo al mattino dopo, alle 9, per incontrarci tutti insieme all’ingresso del campo, gestore compreso.

La notte è gelida, una tra le più fredde che io ricordi: piccoli ghiaccioli pendono dal paraurti del PatroL, e le mani si incollano all’alluminio dell’Air Camping, la mattina, mentre togliamo il campo. Ci copriamo con le giacche ed i berretti di pelo: i parabrezza sono ghiacciati, coperti di brina, ed il pallido sole del mattino non scalda le nostre membra intorpidite. Alle 9 precise il cancello si spalanca, ed incomincia la guerra. La vecchia Peugeot del gestore di Winzrik Camp entra sferragliando nel cortile, seguita dalla 404 beige degli amici di Aboubhakar. Ci sono di nuovo tutti, lui ed i tre vassalli.

Uno scambio di aspre battute in arabo, la voce che si alza,e finalmente riusciamo a far capire a tutti che ci andrebbe di dire anche la nostra… Il dialogo avviene in un misto di Arabo, Italiano, Inglese e Francese, con qualche accenno in idioma Piemontese (che stranamente pare venga compreso!). Aboubhakar, nuovamente, non dice una sola parola e sta lì, immobile, come un signore di altri tempi, al di sopra di tutti e di tutto, come ad attendere dall’alto che il sedentario (il gestore) ricordi la supremazia del nomade (lui). E piano piano viene fuori una verità inaspettata: Aboubhakar non è una guida di Winzrik, ma un privato cittadino che utilizza il marchio dell’Agenzia impropriamente. Non ha i permessi di polizia e non ha copertura assicurativa per gli accompagnati… Ma è un Targui, e l’uomo di Winzrik non è un bianco, quindi ha sangue di schiavi nelle vene. Insomma, un vera babilonia. Chiaramente tutta la discussione avviene con i nostri passaporti tra le mani dei due contendenti… Alla fine li riprendo. Aboubhakar risale nell’auto senza degnare né noi né altri di un solo sguardo. Fa un solo breve cenno della mano ed i suoi vassalli scattano anch’essi nel Peugeot, che scompare rombando in un mare di polvere, verso la periferia ovest. Restiamo tutti in silenzio, come se avessimo partecipato ad una battaglia…

Visibilmente scosso il funzionario di Winzrik si siede sulla sua poltrona logora e ci fa un largo sorriso… "No problem", dice lui,mentre nelle menti mie e di Gaston passano fugaci visioni di Aboubhakar incazzati che ci assaltano nella notte, lungo la pista, nel nulla… Ma in breve arrivano le guide, quelle vere, che sfoggiano orgogliosamente i loro documenti con decine di timbri (su cui compaiono i nostri numeri di passporto…) e, girate le ruote a sud, ci lanciamo verso la lontanissima Ghat, a circa 800 km di nulla…

Ed il ricordo di Aboubhakar si dissolve in un turbinio di sabbia leggera,appena superiamo la discarica e sfrecciamo sulla pista. (Pubblicato il 27 febbraio 2009) - Letture Totali 474 volte - Torna indietro



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