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Himba e Herero di Opuwo

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Racconto di viaggio in Namibia, di Adriano Socchi - Inviato il 13 gennaio 2004 da Adriano Socchi.

Himba e Herero di Opuwo

Sito o fonte Web: www.adrimavi.com Impieghiamo un’intera giornata, da Halali, nel bel mezzo del Parco di Etosha, per arrivare ad Opuwo, la capitale del Kaokoveld, la zona nord occidentale della Namibia, definita "l’ultima grande regione selvaggia dell’Africa". Dapprima 70 km di sterrato lungo le belle piste del parco, poi la strada asfaltata per Ruacana, a pochi chilometri dal confine con l’Angola.

Attraverso questi ultimi 360 km prendiamo coscienza di essere penetrati in una realtà diversa, nel cuore di una regione che incarna per molti versi gli aspetti meramente africani del paese. Il contrasto con la capitale, e con le altre città visitate nel corso del nostro viaggio come Walvis Bay e Swakopmund, è tangibile. La popolazione, esclusivamente di colore, è più povera. La vita scorre più lenta. Durante il tragitto entriamo in uno dei tanti bar dai nomi assai pittoreschi che costeggiano la strada. Siamo gli unici bianchi. Sembrerebbe proprio di aver superato un’ipotetica frontiera: a sud i bianchi, a nord i neri.



Una quindicina di chilometri prima di Ruacana, prendiamo l’ennesima strada sterrata, che ci condurrà dopo 90 km a Opuwo. La velocità si riduce a 50, anche 40 km l’ora, secondo le condizioni più o meno accidentate del percorso. Sono le 16 e davanti a noi si distende una piana rovente e riarsa dal sole di terra arida e polverosa. E' una vista per niente affascinante, fatta apposta per mettere alla prova i nervi dopo l’incantevole deserto del Namib, o di quello ammaliante della costa. Nemmeno il tempo di pensarlo, che giunge inopportuna la solita domanda di Mavi: "Che cosa ci siamo venuti a fare fin qui?"

S’accende una discussione che ci accompagnerà per circa un’ora, fin a quando in questa landa desolata e dimenticata da Dio, senza dubbio la zona visitata meno invitante di tutta la Namibia, incontriamo il motivo per cui siamo giunti fin quaggiù: gli Himba. Il primo incontro è con un’adolescente sola, in groppa ad un asino. La superiamo, ma soltanto per non aggredirla o spaventarla. Un chilometro dopo, infatti, ci fermiamo. In realtà siamo ansiosi di incontrarla, ma vogliamo che ciò avvenga come se si trattasse di qualcosa di casuale. Poco dopo la giovane ci raggiunge e si ferma ad una certa distanza da noi.



La scorgiamo indecisa, ma alla fine, vinte le sue insicurezze, s’avvicina. E' il primo con un Himba. L’emozione in tutti noi è palpabile, anche perché questo rimarrà, forse, l’incontro più autentico. La ragazza è curiosa, ma mai quanto noi. Comunichiamo con lei a gesti, dieci minuti d’insignificanti e indecifrabili movimenti di mani, finché lei - forse stufa - non si arrende, monta sul suo asino e scompare nella macchia ai bordi della strada. La scena è bucolica.

Risaliti sull’auto, avvertiamo la sensazione di trovarci in un luogo sì dimenticato, arido e desolante, ma ora siamo sicuri che non ci deluderà. La discussione torna ad essere animata, ma questa volta positivamente. Ognuno di noi intravede grandi sorprese. Gli himba ci sono, ma non solo. Sono tali e quali a quelli visti nei documentari in televisione.



E’ ormai l’imbrunire quando arriviamo ad Opuwo. Questo paese, sperduto in un angolino dell’Africa, sarà destinato a rimanere indelebilmente dipinto nei nostri occhi e di chi, come noi, avrà la fortuna di visitarlo. La strada è di nuovo asfaltata, giusto i due o tre km lungo cui si sviluppa il paese, ma la nostra attenzione è immediatamente calamitata dagli abitanti. Anche se siamo stanchi per le ore di viaggio accumulate, lo stupore e tanto che anziché andare a cercarci una sistemazione per la notte percorriamo avanti e indietro la strada principale. Opuwo è un cocktail umano. Quello che s’incontra qui è una ricchezza impareggiabile: differenti culture e gruppi etnici convivono secondo ritmi e tradizioni diverse.

Per strada, persone vestite all’occidentale si confondono con donne himba, seminude, e con donne herero, riconoscibili per le lunghe gonne e il caratteristico copricapo a forma di corno. Giovani ragazze himba passeggiano, tenendosi per mano, insieme a coetanee herero. In un negozio d’alimentari, in cui entriamo per prendere da bere, ci ritroviamo a far la fila con un himba vestito semplicemente di un minuscolo gonnellino. Al rifornimento di carburante, l’addetto alla pompa è una donna herero. La realtà supera già di molto le aspettative che ognuno di noi riservava a questo posto.



Soggiorniamo in una guesthouse gestita da un’anziana e severa donna tedesca proprio nel centro del paese. A quanto pare siamo i suoi unici ospiti. Al momento di uscire per cena, la signora ci confida che lei non esce mai dopo il calar del sole e ci sollecita a rientrare per le undici perché Opuwo, di notte, è pericolosa.

Ceniamo nell’unico ristorante aperto, anche unici turisti. Il proprietario, francese, è desideroso di parlare un po’ la propria lingua madre. Grazie a lui, e ad Ilaria, la nostra traduttrice ufficiale, apprendiamo molte informazioni sugli Himba. L'etnia deriva da un ramo bantù, come gli herero. Vivono povertà, rifuggendo dal mondo moderno, di spontanea volontà, ma sempre meno sono gli himba che rimangono legati alle proprie tradizioni di cacciatori e raccoglitori, secondo un censimento di qualche anno fa non più di 3.000. continua "Himba e Herero di Opuwo" (Pubblicato il 13 gennaio 2004) - Letture Totali 100 volte - Torna indietro



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