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Khalid, il pastorello del Riff

Racconti e Articoli di Viaggio

Cronache dal deserto: Emozioni e Itinerari di un uomo a spasso per il Sahara, di Roberto "Robo Gabr'aoun" - Inviato il 28 marzo 2008 da Robo GabrAoun.

Khalid, il pastorello del Riff

Montagne del Riff., regione di Jebala. Fa molto caldo in questa torrida estate del ’97. Io ed Anto stiamo viaggiando soli sul nastro d’asfalto che conduce al valico del Jebel Bou Hellal. Affrontando da soli un Paese si può decidere al momento ogni cosa, adattarsi alle situazioni più svariate senza doversi fermare e consultare con altri equipaggi.

Viaggiare soli è l’essenza della libertà, se fatto con coscienza dei propri limiti. Decidiamo di fermarci all’ombra di un gruppetto di acacie spelacchiate. La strada è deserta, l’asfalto infuocato. Appena oltre la striminzita ombra delle piante il calore è insopportabile, ma nella nostra piccolissima "oasi" si sta bene: una corrente d’aria leggera ci viene a dare il benvenuto in questa terra d’arsura. Scarichiamo le seggiole ed approntiamo la ribaltina del fuoristrada a guisa di tavolo. Ci trattiamo bene, noi, con tonno e piselli fatti appena riscaldare, e frutta fresca acquistata in mattinata, dalle parti di Tetouane. La moka è già sul fornello quando salta fuori da un vano il nostro mitico mazzo di carte: sta per avere inizio l’ennesima sfida a pinacola, che sicuramente mi vedrà come al solito sopraffatto.

Stiamo bevendo il caffè quando notiamo nella piccola valletta sotto la scarpata della strada un gregge di pecore e capre arrancare verso monte sotto il sole. Una rada vegetazione arbustiva cresce a ridosso della scarpata e gli animali fanno la calca per raggiungerla. In breve, il gregge raggiunge la massicciata presso il nostro boschetto, ed è tutto un belare ed un brucare. La visione bucolica ci cattura e sobbalziamo ad un sommesso colpetto di tosse che arriva alle nostre spalle. Quando mi volto, quasi cadendo dalla mia poco stabile seggiolina pieghevole, vedo a due passi da me un bimbo minuto, vestito di stracci e con un immenso cappello di paglia ritorta, talmente grande che quasi ricopre il volto. Due occhi grandissimi, neri ed intensi, mi guardano timidamente, mentre due manine gracili tengono un lungo bastone levigato e contorto, alla cui sommità sta legato un fagottino di stoffa. Salutiamo il bimbo che risponde con un bonjour tenue tenue, quasi un sospiro, mentre gli occhi si abbassano per la timidezza. E’ sicuramente il guardiano del gregge, visto che ogni tanto si sporge verso la scarpata a controllare le bestie intente a brucare.

Gli offro dell’acqua fresca, in un bicchiere di carta. Accetta con un po’ di timore. Poi con mani abili e veloci snoda il suo fagotto e vi ripone il bicchiere con cura. Guarda le nostre pentole vuote. In un attimo gli prepariamo un bel piatto di carne e verdure in scatola. Mangia senza proferire parola, sempre tenendo stretto in una mano il suo bastone. Non vuole sedere, come se temesse di dover fuggire d’improvviso. Finito il pasto io ed Anto tentiamo di parlare un po’ col bimbo, sette anni, non di più, e finalmente la sua vocina esile riesce a dire un nome: Khalid.

Tentiamo di vincere la sua paura chiedendogli dove vive, dove sono i suoi genitori. Scopriamo che vive nella valletta sottostante, poco più a monte. Sta riconducendo il gregge alla sua dimora, dove il padre lo attende per il pomeriggio. Khalid sembra pian piano tranquillizzarsi, tanto che arriva a sedere sulla ribalta del Nissan, con le gambette magre a penzoloni. Vedo che guarda le scatole di latta vuote del nostro e del suo pasto. Gli offriamo ancora una scatoletta di tonno che Khalid impacchetta velocemente e nasconde nel suo fagotto. Allora gliene doniamo qualche altra, ed una bottiglia di acqua. Chiede se le latte vuote le gettiamo via. "Certo che le gettiamo. Vedi, il sacco di plastica è già pronto:lo caricheremo in auto e lo porteremo in una discarica." Allora Khalid recupera tutte le latte vuote, le pulisce con la sabbia e le mette anch’esse nel fagottino spiegandoci che servono per bere, per mangiare, per tenerci le cose. Poi torna a sedere sulla ribalta, questa volta lasciando a terra il suo piccolo forziere di stoffa logora. Scarichiamo mezza macchina per arrivare al vestiario e gli doniamo qualche maglietta, qualche camicia. Sono tutte grandi, purtroppo, ma le accetta tutte molto volentieri. Ha fratelli e sorelle più grandicelle a casa, serviranno a loro. Non ho nulla da dargli che sia per lui, proprio ed esclusivamente per lui, se non l’acqua ed il cibo che già gli ho dato e mi maledico per non aver portato nemmeno un gioco da donare. Poi, con nostra infinita sorpresa, i suoi occhini neri si illuminano alla vista della nostra fotocamera. Ci chiede una foto. Gli spieghiamo che non potremo mai mandargliela, ma a Khalid non importa: vuole solo che gli facciamo una foto come per potere visitare e vivere una realtà migliore,u na vita più mite, un clima meno aspro, almeno sotto forma di immagine. Anto fa uno scatto a me e Khalid, seduti sulla ribaltina del Nissan, ed ancora altre a lui solo, che sfoggia per l’occasione un sorriso meraviglioso. Non c’è più timore sul suo viso, ma solo grande curiosità.

Guarda tutto dentro la nostra auto, e di ogni cosa chiede il nome, a cosa serve. Si stupisce visibilmente quando gli diciamo che il fardello sul tetto dell’auto è la nostra casa, la nostra tenda. Tocca gli oggetti con mani attente, fragili e minute, ma infinitamente curiose e spesso il suo viso si apre in un sorriso. Abbiamo messo sul fornello un po’ d’acqua. Prepariamo un tè che non sarà certo il tè a cui è abituato Khalid, ma di meglio non sappiamo fare se non immergere la classica bustina nell’acqua bollente. Di colpo, un richiamo lontano, una voce adulta che proviene da monte,d alla gola che si perde a nord. E’ questione di un attimo: non c’è tempo per i saluti, per i sorrisi, per nulla… Khalid scatta alla velocità del fulmine verso la scarpata, arraffando al volo il suo bastone col fagottino mentre salta tra le acacie. Il gregge è già lontano, nella gola da cui proveniva il richiamo. Lo vediamo correre a perdifiato sul fondo del canyon, col suo fagotto traballante. Il padre o i fratelli maggiori sicuramente gli daranno una lezione per aver lasciato incustodito il gregge, e ci sentiamo in colpa e un po’ tristi. Stiamo lì, in silenzio, finchè le ultime pecore non scompaiono alla vista, dietro la spalla del monte. Poi tutto tace, e rimane solo il fruscio del vento leggero ed il rumore di qualche nostro sacchetto mal chiuso che sbatacchia aritmicamente su un vetro dell’auto.

Khalid è scomparso. Smontiamo il campo silenziosi e riprendiamo la salita verso il colle, con un senso di vuoto dentro. Avremmo voluto donargli molto di più… Rimane a noi la sua immagine minuta, tra i nostri album di ricordi. Rimane l’espressione malinconica dei suoi grandi occhi… Ma per quella non occorre la foto: è chiara e viva in me ogni giorno… (Pubblicato il 28 marzo 2008) - Letture Totali 41 volte - Torna indietro



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