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Viaggio lungo il Mekong

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Racconto e diario di un itinerario di viaggio lungo il fiume Mekong del Laos, di Adriano Socchi - Inviato il 23 febbraio 2004 da Adriano Socchi.

Viaggio lungo il Mekong

Sito o fonte Web: www.adrimavi.com Il Mekong, letteralmente "madre di tutte le acque", è uno degli immensi fiumi del bacino meridionale dell’estremo oriente, 4.500 chilometri di percorso dai lunghezza, dai 4.950 metri dei Monti Tanglha, sull’altopiano del Tibet, al Mar Cinese Meridionale, che lo piazzano al dodicesimo posto nella classifica dei fiumi più lunghi al mondo. Più impressionante il confronto con il nostro Po, di cui è 7,5 volte più lungo, oppure il fatto che in alcuni punti la distanza da una riva all’altra supera i mille metri.



Nonostante lunghi tratti accidentati caratterizzati da cascate e rapide, il Mekong è un’importantissima via di comunicazione fluviale, la vera autostrada del Laos come metaforicamente, ma non tanto, si usa dire. In questo paese, il fiume è completamente navigabile durante il periodo delle piogge e ancora oggi risalirlo per tutti i 2300 chilometri significa effettuare un viaggio d'altri tempi. Noi ci siamo limitati a risalirlo per 300 chilometri appena, da Luang Prabang a Huay Xai, due giorni intensi a sufficienza per intercalarsi in questo mondo trapuntato da sperduti villaggi.

Luang Prabang è la città di partenza. Il giorno precedente abbiamo contrattato il noleggio di una speed-boat fino a Pakbeng (circa 160 km, in poco più di 3 h 30’), e di una slow-boat da Pakbeng a Huay Xai (circa 140 km, 7 ore). Fin dall'imbarco si respira aria di avventura. La piccola baracca che funge, al tempo stesso, da biglietteria e trattoria, presenta ancora larghe chiazze fangose, residui dell’ultima esondazione del fiume. Persino i tavoli, su cui facchini e marinai si cibano con riso e pezzi di banane fritti, ne sono ricoperti.



Un altoparlante diffonde nell'aria che odora pesantemente di fiume una nenia sempre uguale. Come in ogni luogo di partenze, c’è sempre qualche sbandato con i propri problemi che approfitta per fuggire. Non importa se risalire o discendere il Mekong pur di sparire senza lasciar tracce, di allontanarsi dai debiti, dalla giustizia o da una donna. Da qui, invece, noi partiamo in cerca di luoghi isolati e lontani dal mondo civile.

Mentre sistemiamo i bagagli sotto gli appositi teli incerati a riparo dagli spruzzi d’acqua, e indossiamo giubbotti salvagente e casci, guardiamo con un certo timore gli assordanti motoscafi che corrono sulle abbondanti e limacciose acque del Mekong, su uno dei quali appoggiamo, per ora saldamente, i piedi. Per ben 25 chilometri, ossia fino alla prima sosta, alle grotte di Pak Ou, la paura non si dissiperà. I posti sono scomodi, i muscoli tesi, non per la posizione, ma per l’ansia di capovolgerci o andare a sbattere contro qualche masso affiorante dall’acqua. Il rumore è proporzionale alla velocità.



Le grotte di Pak Ou, dove nel XVI sec. il re Setthatirath portò tutte le sue statue del Buddha per sottrarle all’invasore birmano, accolgono oggi 4.000 rappresentazioni dell'Illuminato che creano un’atmosfera particolare di misticismo. Ripartiamo. Poco alla volta, prendiamo confidenza col mezzo, col fiume e con la velocità tanto da spronare il pilota a intraprendere una gara con un’altra speed-boat che risale il fiume sulla sponda opposta. Troviamo poi il tempo per guardarci intorno. Il fiume è di una vastità relativamente oceanica, ed è circondato da uno spettacolo di foreste e falesie che riempiono l’orizzonte e che sono punteggiate da minuscoli villaggi.

Con lo scorrere della giornata aumenta il caldo ed insieme l’odore di fanghiglia che sale dal fiume. Ogni qual volta ci fermiamo, le zanzare ci assalgono da ogni parte, ma quando ripartiamo, la velocità allontana di nuovo tutto: zanzare, caldo e odore di fango. La seconda fermata è in un villaggio un po’ più grande rispetto a quelli finora visti da lontano. Non comprendiamo subito il motivo dello stop finché da una casetta galleggiante non spunta un ragazzo con una "pompa". Egli si infila il tubo in bocca, aspira forte e - non appena la benzina fuoriesce - inizia a fare il pieno. Il procedimento è più lento di quelli cui siamo abituati per cui scendiamo a sgranchirci le gambe. L'interno della fatiscente casupola espone ogni sorta di lattine e cioccolato. A tutti gli effetti, siamo finiti in un "un autogrill del Mekong". Giungiamo a Pakbeng nel tardo pomeriggio.



Trascorro la notte in bianco, torturato dal caldo umido, dalle zanzare che sembrano trafiggere senza difficoltà la tela della zanzariera, in costante allerta a causa dei tanti giganteschi gechi che s’aggirano sulle pareti della stanza.

A dominare la scena dell’alba è il mercato con il rumore dei venditori che s’apprestano ad allestire le bancarelle su improvvisati banconi, sbilenche cassette o direttamente in terra, sopra semplici lenzuoli. Colpiscono i mercanti: trasportano sacchi di riso, verdure ed ortaggi tenendoli sulle schiene ricurve, sostenendoli con una cinghia che passa sulla fronte, camminando su percorsi sconnessi con ciabattine infradito ai piedi. Pakbeng è ormai un posto "turistico" nel senso che vi si trovano due guest house, un hotel, qualche ristorantino e alcuni viaggiatori giramondo con lo zaino in spalla. Pakbeng è la base di partenza per visitare i villaggi Hmong dei dintorni, dove si coltivano papaveri da oppio, ma non riusciamo a trovare nessun accompagnatore e così c’immergiamo nella calma confusione del mercato. continua "Viaggio lungo il Mekong" (Pubblicato il 23 febbraio 2004) - Letture Totali 551 volte - Torna indietro



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