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Bad Bob: incontri in Alberta

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Breve racconto di un viaggio lungo l'Alaska, Usa. Stati Uniti, in bicicletta, a cura di Irene Russo (staff AllAmericanBikers) fullcontact@allamericabikers.com

Bad Bob: incontri in Alberta

Sito o fonte Web: www.allamericabikers.com Ci sono incontri che ti rimangono nella memoria. Che ti commuovono a lungo, anche se prima magari non ti erano sembrati granché.

“Qui meglio non fermarsi”, dice Broki, indicando dei graffi su una corteccia. Orsi. Benché abituati a immaginarceli attorno, non ce la sentiamo di provocarli. Abbiamo appena finito di cenare. Riso con mais e fagioli anche oggi. Quel che conta è nutrirsi: il godimento del cibo è una tappa evolutiva a cui abbiamo rinunciato da settimane. Stiamo ancora mettendo a posto la roba quando due camion mastodontici fanno il loro ingresso nel parcheggio. Di lì a poco, gli occupanti sono seduti sulla panchina di fianco a noi. Vengono aperte lattine di birra e ci arriva alle narici l'odore della marijuana.

“E voi due da dove venite?”, dice una voce, per metà gracchiando, per metà balbettando. Segue risposta cortese ma concisa. La giornata è stata lunga. Comincia già a imbrunire e non abbiamo ancora trovato un posto dove passare la notte. Questo genere di compagnia, poi, non ci interessa. Ma la voce non tace. Vuole saperne di più su di noi. Mi chiedo come si possa gracchiare così forte. Forse è tutto merito di una protesi alle corde vocali? Da parte sua, Broki risponde ubbidiente. Io invece mi fingo impegnato. La voce vuole offrirci una birra. È anche vero che una birra può far perdonare tutto. Dopotutto, ci tocca confessare che anche noi siamo in vendita, in qualche modo.

Ci avviciniamo al piccolo gruppo sotto a una luce soffusa. La voce appartiene a un uomo di età indefinibile, sembra un nativo, un indiano. Quello che salta più agli occhi è la sua bocca sdentata. Ci presenta i suoi amici, tutti molto più giovani di lui, avranno la nostra età, o forse meno. Quando si rivolgono a lui, lo chiamano “boss”. Lavorano come vigili del fuoco, ma in questo periodo dell'anno sono impegnati a sterminare scarafaggi. Una vera minaccia per l’America del Nord, questi “pine beatles”, gli scarafaggi dei pini. Il governo intende liberarsene al più presto. O fra poco i boschi nordamericani spariranno. Gli alberi infetti vengono individuati e abbattuti da squadre specializzate. Il legno viene bruciato sul posto, scarafaggi inclusi. O la piaga non si debella.

Ma la voce del capo è sempre così o è soltanto molto ubriaco? Di sicuro la birra che ha in mano non è la prima della giornata. Di tanto in tanto, poi, ricorre anche alla sua bottiglia di vodka.

Ci fa domande sul nostro viaggio. Pare interessato. Facciamo un po’ fatica a decifrare la sua voce rauca, deformata da una bocca priva di dentatura. Ma cerchiamo ugualmente di rispondere al meglio delle nostre possibilità. Andiamo da lì a là, in bici, in dieci mesi, bla bla bla. Sì, in dieci mesi. Ci fa gli auguri per la nostra “missione” - come la chiama lui - e ci chiede se scattiamo anche delle foto. Certo che sì. “Allora si tratta di un documentario!”. Il boss richiama eccitato i suoi compagni, i quali già da un po’ hanno dirottato il proprio interesse verso una canna in circolazione. “Avete sentito, ragazzi? Un documentario! Tirate fuori altra birra per i miei amici”.

Gli spieghiamo, senza sembrare scortesi verso le sue buone intenzioni, che intendiamo partire subito, perché la zona è abitata da orsi e dobbiamo ancora trovare un posto dove dormire. “Orsi? Qui? Ma è impossibile!”, esclama il boss. Sì invece, di là ci sono dei segni. Dopo una piccola ispezione dichiara la sua opinione in merito ai graffi sugli alberi.

“Humans!”. Esseri umani!, gracchia il capo. Asce lanciate. Fa qualche passo indietro, allarga il braccio destro e finge di scagliarne una sul tronco. Bang! E quelli che ci sembravano escrementi di orso, in realtà sono nidi di vespe. Decide che possiamo fermarci. Qui siamo al sicuro. E così potremmo anche prendere un'altra birra con Bob, il capo.

Mi mancano argomenti di conversazione. Ci sentiamo un po’ scemi ad aver equivocato tutti i segni della natura. Stupidi bambini di città! A meno che non ci ha raccontato solo frottole. Si divertirà quando mamma Grizzly verrà a sgranocchiarci. ‘Fanculo, che mi mangi, se vuole. E mi faccio un’altra birra.

Broki non è ancora convinto al cento per cento. Bob se ne accorge, e sorride. Il mio compagno di viaggio vorrebbe sistemare la tenda dentro alla casetta del pic-nic e chiudere gli ingressi con delle panche. Lì si sentirebbe più protetto. Entra per una breve ispezione. Dall’interno si sente il sibilo di una lattina di birra appena aperta. Dunque, ci fermiamo.

Ci racconta di Masqua, il vero padrone di questa regione. Nel dialetto indiano della zona, “Masqua” è la parola che si usa per designare l’orso nero. Ne parla al singolare, quasi si tratti di una persona. “In fondo, Masqua è un tipo piuttosto timido; di solito preferisce di evitare gli uomini, con due sole eccezioni. Uno, quando è abituato agli uomini e magari è stato sfamato da loro per un po’, e adesso ne vuole di più. Due, se si tratta di un orso rogue. Un orso facile da interpretare. Quando un orso normale ti fiuta, si solleva sulle zampe posteriori, annusa e cerca di identificarti. E qui Bob dà di nuovo sfoggio delle sue capacità attoriali. La curiosità dell’orso – scena uno. Ciak, si gira. “Uno deve presentarsi così com’è, parlare con lui. E così non hai problemi. Con un orso rogue invece è diverso. Fa finta di essere completamente disinvolto. Guarda per terra, bighellona, si muove con calma e all'improvviso...” Bob fa un grande salto verso di noi con le mani alzate, formidabili come due artigli mortali. “Ah!”, ci urla addosso. “In questo caso non resta che rotolarsi a terra. Ma è sempre meglio parlare con lui. Masqua è intelligente, curioso… Raccontategli delle vostre famiglie, in crucco. Cosi si stupisce un po’, il Pasqua”. E ride, gracchiando.

“In realtà c'è una possibilità di evitare il pericolo”. Apre bene gli occhi, e con uno sguardo veloce si assicura che gli stiamo ancora prestando sufficiente attenzione. “Bear-bangers. Prima di andare a dormire, dovete sparare verso ogni punto cardinale. Ci vuole un po’ per caricare, circa sei minuti, ma poi funziona benissimo”. Punta al cielo un fucile immaginario, prende la mira e… “Baaaaaaaaaaang!!!”. Si rallegra sommamente. “Un rumore pazzesco! Ci si mette un po’ a ricaricare, ma poi…baaaang!”. Stenta a calmarsi dal divertimento. Osserva il cielo, per seguire la pallottola che non ha mai sparato. “Bear-bangers!”, sintetizza contento. “Sparate pure una o due volte per il vecchio Bob. Baaang!”. E ride un altra volta.

Broki e io ci scambiamo uno sguardo muto. Almeno stasera non dobbiamo lanciare nessun bear-banger: la dimostrazione di Bob dovrebbe aver cacciato tutti gli esseri viventi nel raggio di qualche chilometro.

Vogliamo saperne di più sul suo lavoro. Si muovono in gruppi di sei, ogni giorno in una zona diversa. Un lavoro duro, ma con i suoi cinquantotto anni è ancora in grado di dimostrare a questi giovanotti come si fa. Aspettano impazienti che venga domani, per ricominciare. "Ragazzi, domani segneremo un nuovo record. Quarantadue ettari, me lo sento. Quanti nessuno è mai riuscito a fare”. Batte le mani per l’eccitazione. Se quest'uomo fosse a capo dell’economia canadese, la Cina tornerebbe a essere un paese in via di sviluppo.

Broki gli chiede dei suoi attrezzi. Ci mostra con orgoglio la sua motosega e l'ascia che gli dondola teneramente sul braccio. “Se avete bisogno di altra legna... Facciamo in un attimo. Lo dico ai ragazzi e entro tre minuti tiriamo giù tre o quattro alberi ..."
"Per dio, no, grazie. Veramente gentile, ma va bene così”.
"Okay, se lo dite voi…" E gracchia, ma di delusione.

Le ginocchia mi fanno giacomo giacomo. Abbiamo appena salvato la piccola pineta del pic-nic dal disboscamento totale. Davvero, per Bob il suo lavoro è passione pura.
“Ma da quando fai questo lavoro?”, chiede Broki. “Da ventotto anni”. Per trenta ha fatto il criminale. Quattordici di questi li ha passati in galera. “Ahia”, dico tra me e me “che si fa adesso?”. In Tv hanno detto che non si deve mai chiedere a un ex-detenuto per quale ragione è stato condannato. Ma la mia domanda ignora il programma televisivo e non rispetta il galateo. Dice di aver picchiato degli Hillibillies, dei tipi matti. E alla fine gli hanno fatto causa. Lui per difendersi ha solo detto “beh, sì, sono stato io. Lo farei di nuovo subito, se lo sono meritati!”. Uno di quelli, alla fine lo ammazzò. Inavvertitamente. “Bad Bob…”, gracchia pensieroso, frugando nel passato.

E adesso lotta contro i maggiolini, questi piccoli porci. “Oh, non vedo l'ora di continuare, domattina”, sghignazza malizioso e muove la testa come se cantasse un gospel. La sua voce non è più così antipatica. Magari si sta liberando degli ultimi strascichi di un lungo raffreddore.

Bad Bob chiede ai suoi ragazzi di portarci altra birra. Ce le siamo guadagnate. E ride. Quando ci salutiamo ci regala uno spray antizanzare e una trappola per formiche. Offerti in dotazione gratuita dalla sua azienda. Ogni mattina lo accompagnano con l'elicottero. “Fico, no?”. Barcollando, prende posto nel lato passeggero, sul sedile che i suoi ragazzi gli hanno riservato. "Buona fortuna". Dico sul serio.

Bob si gira lentamente verso di me: “Non si tratta di fortuna, figlio mio”, gracchia, “ma di ciò che te ne fai!”


Questo è il breve racconto di una parte di un lungo viaggio lungo le americhe, in bicicletta. Potete seguire l’intero viaggio su www.allamericabikers.com (Pubblicato il 28 novembre 2006) - Letture Totali 278 volte - Torna indietro



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