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Una pura casualità

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Breve racconto di un viaggio lungo l'Alaska, Usa. Stati Uniti, in bicicletta, a cura di Irene Russo (staff AllAmericanBikers)

Una pura casualità

Sito o fonte Web: www.allamericabikers.com “Figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo!” – e punta l’indice fuori dalla tenda verso un giardinetto pietoso. Le finestre e le porte della casa sono chiuse con assi di legno. Sembra un luogo abbandonato da anni. La zanzare ronzano la colonna sonora di C’era una volta il West. Dio mio dove sono finito. Mi sveglio bagnato di sudore. Per fortuna è solo un sogno, e a me resta una bella eredità: le zanzare, il caldo e un giardino osceno.

È l’una mezza, da qualche parte in British Columbia. Almeno le zanzare sono fuori e non ci minacciano in massa con attacchi sanguinosi. Ma è lo stesso, il battito delle ali è troppo forte per lasciarci dormire. Rifletto sul senso ultimo della mia punizione. L’acqua e le riserve di cibo sono quasi finite. La nostra cena di ieri, una di quelle abbondanti, consisteva di una lattina di fagioli freddi. E domani ci alzeremo con la consapevolezza che fino a Fort Nelson le nostre condizioni non miglioreranno. Il distributore di Steamboat, il misero posto in cui ci troviamo, è deserto. Per completare la nostra buona sorte, si è anche rotto il portapacchi di Broki. La vite principale è andata. E io, per il forte vento contrario, ho perso le lenti a contatto. Un'altra giornata del genere e metto il polso fra i raggi della bici. Arteria compresa.

La cosa affascinate della nostra vita in strada è che sempre, quando siamo ormai alla frutta, il caso interviene come un angelo custode. In un attimo, il buio pesto si trasforma in un oceano di luce, la notte di tempesta si placa e il sole fa capolino.
Proprio come adesso. Al parcheggio, uno intorno ai cinquanta con un capello da cowboy e di buon umore scende dal suo RV e ci chiede come stiamo in questa mattinata meravigliosa. Quando riparte cinque minuti dopo, noi conosciamo a memoria le sue follie di gioventù, e abbiamo di nuovo dell’acqua.

La strada ci vuol bene e anche il vento ha fatto un accordo con il nostro destino e ci porta dritti a Fort Nelson. Direttamente tra le braccia di Chelsey e Jordan, una coppia di fratelli proprietari di un negozio di articoli sportivi. Sul cartello del paese c’è una scritta promettente: Fort Nelson, città delle risorse. Per prima cosa mettono a posto la bici di Broki, ci regalano del grasso per la catena e ci invitano a casa loro. Dopo una pizza, una birra e la partita di hockey sul ghiaccio, ci ritroviamo seduti in cantina, a cantare ubriachi davanti a un karaoke.

Scena simile qualche giorno prima. Dopo chilometri infiniti gravidi di salite, 30 gradi e controvento, siamo arrivati a Liar Hot Springs. All’ingresso ci riceve Peter, un vecchio cercatore d’oro dell’Oregon che in estate va sempre nella sua miniera in Alaska. Ci invita a fermarci con lui in campeggio. Si potrebbe pensare a una pura casualità, ma io ormai non ci credo più…

Ci racconta di suo nonno, che ha vissuto gli anni felici della corsa all’oro. Ha attraversato a piedi il Chilkootrail e alla fine è riuscito a comprare una miniera dove ha perso le scarpe il Signore. Anche Peter potrebbe appartenere a quell’epoca. Con la sua barba lunga, di poche parole, il vecchio pick-up pieno di equipaggiamento, il tutto fissato con delle corde grosse sul piano di carico. Quando gli domandiamo cosa sta facendo sua moglie, ride per un attimo. Ne ha già avute troppe nella vita.

Peter viaggia verso nord con la speranza di trovare un grosso nugget. Tanti di quelli che prendono l’Alcan sono in cerca di qualcosa. Di solito cercano di rilassarsi. E noi siamo stanchi di sentire: “Yeah, we're heading up to Alaska to spend the summer”. Una bella variazione sul tema sono i turisti in bici che incontriamo praticamente ogni giorno. Vengono da ogni parte del pianeta, ma hanno una cosa in comune: sono completamente matti! A cavallo di biciclette che io non prenderei neanche per andare a comprare il giornale, vecchie come sono, attraversano mezzo mondo. Senza un piano, con una spensieratezza difficile da trovare. Di un vero e proprio equipaggiamento, neanche a parlarne: ieri c’era uno che non aveva né asciugamani né posate, e nemmeno un fornello. Mangia fiocchi d’avena da tre settimane con le mani e ogni giorno fa praticamente il doppio di chilometri di noi. Ok, va bene tutto, ma a me queste non sembrano vacanze, è una punizione, è mortificazione bella e buona.

Certo, noi non siamo il massimo dell’efficienza, se si pensa che il nostro giovane amico è già pronto a partire in ciabatte, mentre noi stiamo ancora giocando a Mikado con i tubi della tenda. Però, senza materassino, anch’io non mi fermerei più del necessario in tenda. 160 km si fa presto a farli quando uno non perde tempo a cucinare – così, senza fornello. Ci mettiamo una eternità a trovare le cose. “Broki, dov’è l’accendino?” – “Non ne ho idea. Ma hai visto il mio cucchiaio?” – “Ma ieri lo avevi te” – “No, ti sbagli, l’hai usato tu per ultimo!”, e quindi continuiamo a litigare per mezz’oretta. Alla fine troviamo il cucchiaio in fondo all’ultima delle quattordici borse, mentre la zuppa è già fredda. Certo, tutto è più facile quando si lasciano a casa le posate.

E poi viaggiano sempre da soli. Molto probabilmente non sono bravi a gestire i conflitti. Che immaturi.


Questo è il breve racconto di una parte di un lungo viaggio lungo le americhe, in bicicletta. Potete seguire l’intero viaggio su www.allamericabikers.com (Pubblicato il 27 settembre 2006) - Letture Totali 255 volte - Torna indietro



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