La masseuse

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La masseuse, racconto sul Madagascar di Silvia Montevecchi - Inviato il 25 luglio 2005 da Silvia_Montevecchi.

La masseuse

Sito o fonte Web: www.silviamontevecchi.it Ha l’aspetto fiero, elegante, intelligente. La pelle scura, gli occhi vivaci e penetranti, madame Marceline ride mentre pensa a quanti corpi le sue mani hanno massaggiato in tutti questi anni. Ha avuto clienti di tutti i paesi, e racconta della fatica che fa con certe americane grasse, che ognuna conta per due. E loro con tutto quel grasso non sentono niente, e a lei tocca massaggiare usando anche le braccia e i gomiti, e alla fine è talmente distrutta che ci vorrebbe qualcun altro a massaggiare lei.

Ha mani grandi, calme, che toccano quasi con affetto, come se anch’esse provassero piacere nel massaggiare. E il corpo manipolato lo vedi poco a poco andare in una specie di delirio, in liquefazione, nel godimento. Madame Marceline ti toglie le tensioni, ti scioglie i nodi, ti trova i nervi doloranti e li manipola con l’arte shiatzu.

Ma ama raccontare madame Marceline, mentre manipola, e ti racconta mille aneddoti e storie curiose. Come quella francese che venne qui tanti anni fa, per lavoro, ma aveva lasciato i figli alla madre, in Francia. E un giorno, mentre si faceva massaggiare, le chiese se era vero che i malgasci mangiano i bambini. E madame Marceline era insieme sconvolta e divertita. “Ma chi vi ha raccontato questo?! Ma non si vede quanto le madri malgasce amano i bambini?!

Non vede che qui anche gli uomini, i padri, si prendono cura dei propri bambini, li tengono in braccio, ci parlano, li portano a fare passeggiate... No cara signora, proprio nessuno qui ha l’usanza di mangiare i bambini!!”

Ma non contenta, la francese un’altra volta aveva detto “Madame Marceline, ho sentito dire che i malgasci mangiano la carne dei morti!”

E lei era nuovamente inorridita. “Ma chi vi mette in testa tutte queste idee !? I malgasci non mangiano la carne dei morti!!! C’è un’usanza, che è diffusa soprattutto tra la gente del sud, e tra i più ricchi: quando muore qualcuno, un parente, e si fa il funerale, si uccide uno zebù e lo si mangia tutti assieme. Più uno è ricco più zebù vengono uccisi. Si può andare avanti anche per una settimana o un mese, ma la regola è che la carne dello zebù ucciso deve essere consumata subito, sul posto, non si può portarla a casa. In genere comunque questo non è un problema, perché c’è sempre tanta gente che, appena lo impara, viene a fare baldoria e a mangiare. La carne dell’animale ucciso in quelle occasioni è detta la carne dei morti, ma non è quella del morto!”

Ride, la masseuse, e dice che la francese è rimasta qui tanti anni, e che l’anno dopo portò dalla Francia anche i propri figli!

Suda madame Marceline, i goccioloni le segnano la pelle scura, e lei si passa sulle mani l’unguento che odora del bosco e delle mille essenze che il Madagascar esporta nel mondo alle case di cosmesi e farmaceutica. Rimane nella stanza un meraviglioso odore di natura.

L’aria serena e calma, continua a raccontare. Le piace, con i clienti stranieri, parlare del proprio paese, di queste usanze per noi così strane e poco comprensibili. La riesumazione dei morti, le danze con cui si va in trance, in occasioni particolari, come i matrimoni o le feste per la circoncisione dei giovani. “Ah, io sono cattolica, e a me certe cose fanno paura. Quando ho visto per la prima volta delle persone andare in trance, è stato per il mio matrimonio. Avevo sedici anni. Allora sono andata a nascondermi, ho preso il mio crocifisso e l’ho tenuto stretto tra le mani. Dio che paura che avevo!

Certo, a quell’epoca, ero proprio una piccola gamine. Non sapevo niente. E sul matrimonio poi... non ti dicono mica nulla! Nessuno. Le madri, le nonne, niente! Perché temono che se dicono cosa si deve fare, poi una scappa o preferisce andare in un convento!

Eh, quando mi sono sposata io non era mica come adesso. Qui in Madagascar, i giovani non possono mica scegliere con chi sposarsi, sono i genitori e i nonni che decidono. Nel mio caso, furono mia nonna e la nonna di mio marito, che si conoscevano. Un giorno mi dissero che mi sarei sposata con lui, e io mica sapevo cosa volesse dire. Comunque, che mi piacesse o no, non potevo rifiutarmi. Lui aveva dieci anni più di me, ed era un tipo gentile, comprensivo, che conosceva la vita e sapeva che io invece non conoscevo niente. Facevo già la scuola da infermiera sì, ma mica ti dicono certe cose! E poi, studiarle è una cosa, ma metterle in pratica... è tutta un’altra!
Il giorno stesso del matrimonio, fu parlando con la sorella di mio marito che si rese conto che io non sapevo nulla. Così mi delucidò e da allora rimase sempre per me più che una sorella. Quando è morta, è stato uno dei più grandi dolori della mia vita. Ad ogni modo, dopo che mi ebbe informata su cosa fanno due persone sposate, io ero sconvolta, traumatizzata.

E quella sera stessa avrei dovuto passarla con mio marito! Le chiesi se si sentiva male e lei mi disse ridendo ‘un po’, ma poi passa!’ Mi rovinai la festa. Rimasi ammutolita per tutto il giorno. Mio marito aveva capito. I festeggiamenti andarono avanti tutto il giorno e tutta la notte, e io a un certo punto me ne andai a dormire, mentre lui rimase con gli amici a festeggiare.

L’indomani, mia suocera venne a rifare il letto, e lì... successe il pandemonio. Eravamo sull’orlo dello scandalo perché lei... non aveva trovato traccia di sangue! Cominciò a parlarne con suo marito, poi con mia cognata e lei con mio marito, e questi finalmente chiarì la cosa, dicendo più o meno a tutti quanti di farsi i fatti loro.

Quella notte poi la passammo insieme, ma lui fu molto gentile. Ah, se fosse stato brutale, no! Non avrei potuto accettarlo!”

Il racconto di madame Marceline prosegue con la precisazione dei particolari per i preparativi. “In Madagascar, prima del matrimonio è usanza che la giovane sia completamente depilata. Da noi si dice che gli uomini non amino i peli del pube, quindi si tolgono anche quelli, tutti! Dio che dolore! Che trauma! Per togliere i peli, si usava la resina, oppure una cera fatta con zucchero e limone, e si strappavano con le dita uno a uno. Oppure si usava la corda di sisal per passarla sopra la cera e tirando i peli venivano via. Che dolore!”

Eh sì, anche il racconto è abbastanza traumatico. Chiedo a madame Marceline di capire quanto queste usanze siano attive ancora oggi, quali siano diminuite, quali siano scomparse.

“Oh, sono tutte cose che si fanno ancora, dipende dalle zone. Certo, tra i giovani di città è diverso. Io non ho certo potuto dire ai miei figli con chi sposarsi! Ma non tutti sono così, specie nelle province e nelle zone più lontane. C’è ancora un assoluto rispetto per gli anziani. Si fa la riesumazione dei corpi e anche la circoncisione. Tutti i maschi del Madagascar sono circoncisi, ma oggi ci sono medici specializzati per fare l’intervento, non è più come un tempo, quando c’erano più rischi di malattia. Ci sono ancora tanti matrimoni poligamici e donne giovani che vengono date a uomini vecchi”.

Le chiedo se suo marito non avesse voluto altre mogli.
“Mia madre, e anche mia suocera, erano in famiglie poligamiche. Stavano bene. Un tempo l’uomo voleva tanti figli, e ne faceva tanti con ciascuna delle mogli. In casa di mia nonna erano in tre mogli, e non c’erano problemi. Lui passava una settimana con ciascuna. La cosa importante, quando un uomo ha più mogli, è che quando è con te è completamente con te. Non c’è modo di essere gelose. E comunque lui sa che la più importante è la prima. In genere, vivono come buone amiche.

Io avevo avuto cinque figli, e mi ero fermata. Qui cinque figli non erano considerati un gran numero, e un giorno mia suocera mi disse “Ma perché non ne fai altri? Ti sei già stancata? Bisogna fare altri figli!” Io le dissi che per me cinque figli bastavano e che se mio marito voleva farne altri era libero di trovarsi un’altra moglie. Lei gliene parlò, ma lui non si trovò un’altra moglie, e non mi chiese di fare altri figli”.

Marceline, lei è stata fortuna con suo marito, è un tipo aperto, non è violento. “Sì è vero, sono stata fortunata. Sono legata a mio marito e lo rispetto. Ma è diverso quando ci si è sposati con un matrimonio combinato. A volte discutiamo e lui mi dice “Marceline, tu non mi ami”. No. Non mi è possibile amarlo. Lo sa, non gliel’ho mai nascosto. Gli voglio bene, è il padre dei miei figli, gli porto rispetto, è sempre stato un buon marito. Ma certo, non è amore”.

Mi parla un po’ dei suoi figli? Madame Marceline si mette a ridere “Ah, i miei figli... Sapete, qui si usa dare ai figli i nomi dei nonni o di altri antenati, o di comporli. E’ per quello che in Madagascar abbiamo dei nomi così lunghi. Il cognome di mio genero ... (e ride) è composto di ventidue sillabe! Capisce? Ventidue sillabe! No, non è proprio possibile ricordarselo! Secondo me non se lo ricorda neanche lui. Io ai miei figli ho dato tutti nomi diversi, corti, prendendoli dal mio e da quello di mio marito. Corti! ” , e ride.

Le mani di madame Marceline hanno finito di massaggiare. Si asciuga il sudore e va a lavarsi, mentre il corpo del cliente si alza faticosamente dal meraviglioso torpore e va a cercare i soldi. Meritati, decisamente. Ha fatto bene a lasciare il lavoro di infermiera. “Una volta, ero incinta quando capitò un’ustione di terzo grado, e a vederla mi sentii male. Il medico si arrabbiò e mi chiese perché avessi scelto quel mestiere”.

Il cliente ringrazia e la donna scura, alta, elegante, esce di casa. Ha già altri clienti che aspettano. E altri stranieri da massaggiare e a cui raccontare il Madagascar. (Pubblicato il 25 luglio 2005) - Letture Totali 568 volte - Torna indietro



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