Madagascar

Racconti e Articoli di Viaggio

PICCOLE OSSERVAZIONI QUOTIDIANE sul Madagascar, di Silvia Montevecchi - Inviato il 25 luglio 2005 da Silvia_Montevecchi.

Madagascar

Sito o fonte Web: www.silviamontevecchi.it - Confronti
Venendo dal Burundi, a fatica mi riabituo all’idea - e alla pratica - di essere “in un paese tranquillo”. La gente è serena, aperta, cordiale. Non c’è il coprifuoco, puoi fare km. e km. senza incontrare un barrage di militari che ti rompono, magari ubriachi. Puoi fare foto dove ti pare, incredibile! Vedi? La normalità non è mai scontata. Che cosa è normale, dipende da dove ti trovi. Non riesco neppure ad abituarmi a questo traffico allucinante. E normalità ’ una continua puzza di gas di scarico, non respiro. Mi chiedo quanti tumori ai polmoni ci siano in questa città, e come siano messi quelli dei bambini, o di quelli che chiedono l’elemosina ai semafori, infilandosi tra le macchine ferme.
Questo inquinamento dipende in gran parte dalla scarsa manutenzione dei mezzi, ma mi dicono anche dal cattivo gasolio malgascio. I continui ingorghi poi sono dovuti sì al numero assurdo di macchine che girano, ma anche al fatto che le strade sono un caos di gente, venditori che si appostano ad ogni angolo, pedoni che camminano e attraversano ovunque perché non ci sono né marciapiedi né strisce pedonali, piccoli pulmini che si fermano in mezzo alla strada per il sali e scendi dei passeggeri,... Le strade poi sono tutte un buco, con conseguenti slalom e ulteriori rallentamenti.

- Visioni retrò
Girando in questo traffico, a volte sembra di essere negli anni ‘50 o ‘60.Le auto più diffuse sono le 2CV e le R4, a migliaia, di cui centinaia sono taxi. Vi sono poi le Ami8, le R12, le Peugeot 404 e tanti altri modelli da noi scomparsi che non vi so nominare data la mia incompetenza in materia, ma che farebbero certo la felicità dei collezionisti d’auto d’epoca.

- Affari e neocolonialismo
Se qualcuno però volesse venire qui a “fare incetta” di vecchie auto, si troverebbe ostacolato dalle leggi malgasce che ne impediscono l’esportazione (chiaro che poi qualcuno che la fa c’è lo stesso!).
Ci sono regole qui che lasciano interdetto chi proviene da paesi liberisti. C’è un problema evidente: uno straniero ricco che volesse venire in Madagascar e fare business potrebbe comprarsi facilmente tutto il paese. Motivo per cui tale “acquisto” viene impedito. Nessuno straniero può - da solo - avere proprietà o attività produttive. Per farlo, deve obbligatoriamente essere in società con un malgascio. Tale socio può essere minoritario se si tratta di servizi; deve essere maggioritario se si tratta di beni immobili.
La terra può quindi essere affittata o presa in concessione se è demaniale, fino a 90 anni, ma non acquistata da uno straniero.
Dunque: se ciò è un ovvio e necessario limite alla neocolonizzazione, è chiaro che limita enormemente anche quegli investimenti che potrebbero essere utili.

- Facce
La popolazione malgascia ha origini parzialmente africane ma in maggior parte proviene dall’estremo oriente (Indocina, Malesia, Oceania). Dunque la connotazione fisica è estremamente variegata e mista. Vi sono tutte le gradazioni di colore della pelle, come in tutti i paesi così melangés, vedi il Brasile. I tratti somatici comunque sono assolutamente lontani (come invece generalmente si pensa) da quelli africani. Ci sono poi anche molti cinesi e indiani, ma l’aspetto più diffuso nella zona degli altopiani centrali è quello tipo filippino, o vietnamita. In effetti, qui la gente mi ricorda tanto le Filippine, e a volte persino i paesaggi si somigliano.
E’ poi sempre fonte di affascinante stupore la somiglianza tra tutti questi con i popoli indios dell’America settentrionale e meridionale, che del resto hanno le stesse lontane origini. Si incontrano certe contadine con la gonna lunga, le trecce lunghe e nere, cappello di paglia, pelle un po’ scura, occhi orientali, che potrebbero essere scambiate facilmente per campesinas del Perù.
Allo stesso tempo però, questi vestitoni larghi e lunghi e questi cappelli a falde larghe che si immergono a piedi nudi in infiniti campi di riso, non possono non ricordarmi anche le mondine del Polesine di cinquant’anni fa. Non erano molto diverse, e non lo era neppure la loro situazione economica.

- Sopravvivenza
A Tananarive, come in tutte le grandi metropoli, le classi ricche e povere sono ben visibili, si intrecciano continuamente. Le case degli uni e degli altri si sovrappongono, tranne in pochi quartieri esclusivamente ricchi. Dovunque c’è un buco libero, trovi una baracca. Senza fogna. Senza niente.
Idem per i mercati, come in genere i mercati dei paesi poveri. Un ammasso di venditori, su più livelli.
Quello regolare, con la licenza, che ha il chiosco di legno o di lamiera, stipato di roba. Quello “più o meno” regolare che ha solo un tavolo di legno, coperto con un tetto di plastica. Di fianco a lui, quello irregolare che appoggia le sue mercanzie su due cassette. Un po’ di verdura, frutta, o qualche prodotto artigianale. Quello dell’ultimo momento, che non sa dove mettersi, che ha solo quattro pomodori, o un sacchetto di cipolle, o un cestino d’uva. E si mette lì, sul marciapiede, di fianco a quello con le cassette, sopra un foglio di giornale, se ce l’ha. E passa la sua giornata. Sperando di vendere quei quattro pomodori.

- Due cuori e un marciapiede
A volte vedi un’intera famiglia accovacciata su un pezzo di straccio, che tenta di vendere quei quattro pomodori, o un sacchetto di cipolle, o un cestino d’uva. Lui, lei, un figlioletto. E si dividono una ciotola di zuppa simile a quella che noi daremmo a un animale. E quando passi subito ti guardano e quasi si prostrano, perché tu possa apprezzare la loro mercanzia.
E’ difficile restare indifferenti. No. Non è vero. Diciamo che è difficile per me. Ad alcuni riesce facilissimo, anzi, non si accorgono neppure. Io, non so. Mi viene mal di stomaco. Mi sento male. Non che questo serva a qualcosa, ovviamente. Ma non riesco a trovare risposte.
Com’è possibile? Perché tutto ciò può accadere? Come può esistere che certe persone facciano vita da animali? Come ci si sente? Che cosa significa amarsi per loro? Cosa pensano, cosa vorrebbero, cosa si aspettano? Riescono ad avere speranza? O si sentono solo ed esclusivamente sconfitti? Finirà mai? Ci sarà un giorno in cui non vedremo più scene simili?

- Il “pousse-pousse”
“Mi è toccato” di prendere anche il risciò. E’ diffusissimo in questo paese. In certe città più che in altre. Ogni volta che penso o vedo un risciò, mi ricordo La città della gioia e la descrizione che ne fa Hasari Pal. Lui, fiero contadino, orgoglioso del proprio lavoro e della propria famiglia, si ritrova a emigrare nella metropoli, a perdere tutto, vittima delle varie violentissime mafie locali, e a trascinare a piedi nudi questo carretto che neanche gli appartiene, ma “gli è concesso” da un padrone vomitevole.
E anche qui, di nuovo, ti appaiono le classi. Questi calessini tirati dagli uomini-bestia, che caricano bei bambini con i loro zainetti, li portano a scuola, li vanno a prendere. E belle ragazze mentre tornano a casa dal lavoro, o dalla scuola superiore, e belle famiglie paffute, pesanti da tirare, che vanno a passeggio.
Appena ti vedono quasi ti aggrediscono. “Pousse-pousse Pousse-pousse. Vieni con me, sono io il primo. Vuoi fare il giro della città? Dove vuoi andare? Vieni qui, costa poco....” Ti fanno venire un po’ i nervi. Ogni volta ti piombano davanti in quattro o cinque insieme.
Lo provo. Mi raccomando che non corra. Non ho nessuna fretta. Non sopporto di vedere che fatica per me. Non gli faccio fare nessuna strada in salita o in discesa. Pianura. Un tranquillo giro per Antsirabe. Anche per lui è poco più che una passeggiata, rispetto alla norma.
E’ piacevole? Beh sì, ci si potrebbe addormentare. E’ come essere cullati. Preferisco comunque la bicicletta. Certo, se vado in bici, io non avrò sensi di colpa, ma lui non guadagna un soldo.
Fine della corsa. Non discuto il prezzo. Mi ringrazia contento. Per lui, è stata una giornata fortunata.

- Le piogge
Accidenti! La stagione ha tardato ad arrivare ma adesso... è un’inondazione continua. Ovunque cammini è tutto uno “sgnac sgnac”. E in certe risaie ormai il riso è perso, e ci potresti andare in barca. Mi comincia a far male da tutte le parti, peggio che in Padania!

- Paesaggi
Mi hanno sempre detto che il Madagascar è un paese stupendo, ma sto scoprendo che lo è ancora di più di quanto potessi immaginare.
Una cosa che colpisce, fra tante altre, è la sua incredibile e inaspettata varietà. Puoi fare km. e km. in una foresta che può ricordarti il Borneo, e poi ritrovarti in una distesa infinita di palme, che ti piacerebbe conoscere perché ve ne sono di specie diversissime, mai viste. E poi attraversi decine di km. di campi di riso a terrazze, che ti riportano all’oriente, disseminati da stupende fattorie di un’architettura assolutamente inaspettata. E all’improvviso ti ritrovi tra impervie montagne, senza abitazioni, apparentemente senza essere umano, a tratti più simili ad ambienti europei; poi attraversi distese boschive che sembrano il Canada, e poi i boschi diventano savana, e tu potresti immaginarti di veder sbucare da qualche parte una mandria di zebre o un gruppo di elefanti, o ancora, un pastore masai.
E poi d’un tratto le distese diventano aride, steppose, e tu allora hai l’impressione di trovarti in un paesaggio siberiano, o mongolo, e ti aspetteresti di vedere a un certo punto una tenda rotonda, con quei cavallerizzi dagli abiti colorati; e poi arrivi nella zona delle montagne rocciose, in un paesaggio di canyons dove davvero pensi che potrebbero sbucare gli indiani.
No, non sto fantasticando: è proprio così! E comunque mi dicono che ho visto solo una piccolissima parte del paese, e che anche tutto il resto è così.
Certo, questo paese è enorme, e ci vorrebbe tanto tempo per conoscerlo. Specie se si considera che le strade asfaltate sono poi ben poche, quindi in tutte le altre direzioni si va con giorni di pista. E devi essere MOLTO disponibile agli imprevisti.
Siamo stati verso sud. Tutto bene. Ma al ritorno, d’un tratto, ci siamo trovati la strada che scompariva nell’acqua ed il ponte sul fiume visibile solo a metà. Sembrava che fosse crollato, nel qual caso... non so ... Non vi erano altre strade per tornare a Tanà! Per fortuna non era crollato, sembrava, perché l’acqua aveva abbondantemente coperto la strada. E’ il periodo dei cicloni, e nell’interno ne arrivano le code. Affondando un po’, siamo passati.

- Tuttifrutti
Una delle (tante) cose fantastiche di questo paese, è che puoi trovare sia i frutti tropicali sia quelli europei, contemporaneamente. L’uva e i cachi di fianco alle ananas e alle banane. Le mele, le pesche, l’uva, le prugne. E’ stata una gran bella sorpresa, specie perché l’anno scorso a primavera ero in Burundi, così ho saltato una stagione di pesche, e mi sono mancate proprio tanto. E’ stato un sogno ritrovarle qui!

- Miseria. Miserie.
Ci sono sempre due bambini, sempre gli stessi, sempre nello stesso punto. Passano le loro giornate in mezzo alle macchine dello stesso semaforo. Proprio in mezzo, tra le due corsie, come due sardine. Se c’è il sole, se piove. Uno più grande, l’altro più piccolo, con i capelli biondi e la pelle scura. A volte uno in braccio all’altro.
E una bambina mi bussa contro il vetro, a un incrocio. “Non ho spiccioli”. Mi chiede il pezzo di pane che vede sul cruscotto. Rimasto, perché bruciato.
E un’altra bambina più piccola, che mi dice “bouteille vide”, indicando la bottiglia di plastica dell’acqua che abbiamo bevuto, che vede buttata sotto il sedile.
Sto imparando a non buttare via niente. A casa faccio la raccolta differenziata per mettere le cose nelle diverse “campane”. Qui differenzio non ciò che è riciclabile, ma ciò che è riutilizzabile. Le bottiglie appunto, i barattoli, tutto ciò che è di plastica, ma anche i giornali, che possono servire a fare un fuoco e a scaldare. Tutto viene messo in sacchetti separati, e questi depositati vicino agli immondezzai, dove qualcuno li recupera velocemente.
E poi ci sono quelli che dormono sotto queste gallerie puzzolenti.
E poi ci sono quelli che nelle gallerie non hanno trovato posto. Allora vivono sui marciapiedi, e la notte vedi dei pezzi di plastica puntellati contro le pareti di certi edifici, delle dimensioni di una canadese monoposto, in cui sotto individui un cartoccio che ti auguri sia almeno una specie di coperta, che racchiude un essere umano. Queste sono le città dei paesi poveri.

- Lo sviluppo e il kitsch
Sembra che i meccanismi psicologici/comportamentali si assomiglino ovunque, nei processi di crescita economica di paesi anche molto diversi. In quelli che ho potuto conoscere, ho trovato filoni comuni, molto simili ai nostri anni 50 e 60.
Innanzitutto, quando in un paese povero qualcuno si arricchisce, la cosa principale è di darlo a vedere. Ed ecco che a fianco delle baracche e della gente che dorme per strada emergono BMW fiammanti, Mercedes ultimo modello, ecc.... che davvero ti chiedi cosa se ne fa uno in un paese in cui vi sono poche centinaia di km. di strada asfaltata.
Poi bisogna modernizzare, via la tradizione. Ed ecco che i bei tetti di paglia delle case tradizionali, di un’architettura stupenda quale quella malgascia, vengono sostituiti con bei pezzi di lamiera, che costa notevolmente di più dei coppi, ma l’importante è proprio far vedere che hai i soldi per comprarla, non che sia più bella.
Immagino poi che tra venti o trent’anni, o forse prima, anche qui - come è avvenuto da noi - si avrà il processo inverso, il recupero della tradizione, la ricerca delle radici. E allora le case antiche saranno ricercate dagli amatori che le restaureranno e i loro prezzi andranno alle stelle.
Incredibile poi il gusto per gli interni, che già avevo trovato in Mauritius: quei mobili dozzinali, fatti in serie, orribili, kitsch, pieni di soprammobili senza storia, finte ceramiche con colori orrendi, quadri con immagini semoventi, fontane colorate, ecc... Insomma, pare quasi che ogni processo di “crescita” debba passare attraverso il cagnolino che vedi muovere la testa dal vetro posteriore della macchina.

- Della schiavitù
Mostrare che ti sei arricchito - che sei tra quelli giusti che ce l’hanno fatta - Conseguente società dell’apparire - Avere prima che essere - Fase successiva: accorgersi che avere non è tutto - messa in discussione dell’apparenza e della società dell’immagine - Cambiamento delle abitudini - Ricerca di valori diversi
Questi sono stati più o meno i passaggi da noi, in Italia, in circa quarant’anni. Un tempo era importante la seconda casa, il gioiello. Adesso la gente preferisce risparmiare comprando nei supermercati e spendere il resto per lo sport, i viaggi, gli interessi personali. Si spende di più per fare che per possedere.
Sarei curiosa di vedere se questo processo si ripeterà nei paesi che si sono sviluppati o si sviluppano in questi anni. Una delle grandi differenze di fondo però - oltre naturalmente a quelle culturali e religiose - è che in questi paesi le classi sociali sono così enormemente piazzate una davanti all’altra! Il commerciante arricchito davanti al contadino miserabile. La padrona del bar che non tocca un bicchiere anche se i clienti fanno la coda, perché lei è solo l’addetta alla riscossione. Per servire, c’è il servo. A volte, si respira ancora aria di schiavitù. E sono in molti a sostenere che se fosse legale, esisterebbe ancora. Penso che in forma non dichiarata, ci sia effettivamente.
Da noi il titolaredi un negozio o di un’impresa è generalmente quello che sgobba di più e non si tira certo indietro se c’è bisogno di portare un pacco o dare una pulita in terra. In generale, nei paesi più poveri, è palpabile (e spesso vomitevole) questo schiavismo per cui il padrone non tocca nulla, tranne i soldi. E i dipendenti naturalmente sono sottopagati, senza nessuna tutela “sindacale” (parola spesso sconosciuta).
E’ incredibile quanto razzismo si trovi in paesi con etnie diverse. Bisogna venirci per rendersene conto. In ogni paese c’è un gruppo dominante che gestisce l’economia, e tutti gli altri sono i sudditi, i plebei. In Burundi questo conflitto era dichiarato, violento. In altri paesi non è arrivato allo scontro fisico (...per ora), ma c’è.
Per me è sempre più difficile da capire. Forse perché non voglio. Mi chiedo perché ovunque vado trovo gruppi sociali che si odiano, che si considerano reciprocamente inferiori o inetti, che si parlano ma certo mai si sposerebbero tra loro, e si evitano il più possibile. Mi viene da pensare se non è proprio del genere umano provare quest’odio per il diverso. Ogni gruppo si sente sempre l’unico, il migliore. Una volta sono gli arabi, o gli indiani, o i cinesi, e poi c’è la scala gerarchica tra le etnie interne. Qui poi ci sono anche le caste. Insomma, un tribunale senza fine. E se appartieni all’ultima casta dell’ultima etnia? Beh, meglio che ti rilassi: non hai vie di scampo. (Pubblicato il 25 luglio 2005) - Letture Totali 455 volte - Torna indietro

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