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Iquitos: illusione tropicale in Perù

Itinerari, Tour e Idee di viaggio

Idee soggiorno e itinerari a Iquitos, Perù: la città e la sua gente, l’ecoturismo, l'Amazzonia, il Consorzio Rumbo al Dorado - Inviato il 14 settembre 2004 da elenita.

Iquitos: illusione tropicale in Perù

Iquitos
Visitare Iquitos significa cadere vittime del suo incanto esotico e verde: la natura che la circonda, l’immensità reale del suo cielo, gli sguardi sensuali della sua gente, le tracce degli antichi caucheros, il mistero ancora vivo della selva, la sua musica leggera. Iquitos fu città cosmopolita ed europea, quando, alla fine del secolo XIX, esplose la febbre del caucho. Il latex o caucho, che nella lingua indigena significa “albero che piange”, fu per l’Europa della rivoluzione industriale una risorsa con altissimo valore. Iquitos divenne centro finanziario e commerciale di molti uomini d’affari europei, oltre che meta di avventurieri deliranti, come Fitzcarraldo, che si inoltravano nella foresta arruolando indigeni locali, gli unici in grado di navigare lungo le tortuose strade d’acqua e a conoscere i pericoli veri e immaginari della selva.

Degli eccessi folli della febbre cauchera, che proseguirono fino agli anni ’30 del secolo scorso, rimangono tracce nel centro della città: alcune case ed edifici moderni, rivestiti di maioliche portoghesi sempre luccicanti grazie alle piogge tropicali, che cadono durante tutto l’anno. La casa di ferro disegnata da Gustav Eiffel - lo stesso della Torre parigina -, una costruzione di due piani interamente in ferro, nel cuore di una piazza dove a mezzogiorno la temperatura supera abbondantemente i 40 gradi.

La città e la sua gente
Proprio la brevità di questa folle avventura economica così come l’isolamento della città dovuto alla mancanza di strade, hanno permesso che Iquitos e la sua gente mantengano una originalità tutta loro. Arrivando qui, dopo l’impatto con l’umidità ed il calore tipici solo della selva bassa, si ha l’impressione che le enormi catene montuose viste dall’aereo, siano una frontiera naturale ma anche culturale.

La prima cosa che sorprende sono le case: costruite interamente in legno, i tetti coperti di foglie di una palma chiamata yirapay o yarina. E’ lecito chiedersi se l’intreccio di foglie essiccate al sole, sopportino le piogge torrenziali frequenti durante tutto l’anno. Non solo sono assolutamente impermeabili, ma mantengono l’ambiente fresco soprattutto durante le calde ore della siesta.

Attraversiamo il centro per raggiungere il quartiere di Belen, che nelle guide turistiche viene paragonato a Venezia: una città galleggiante di case di legno, per metà dell’anno sommersa dalle acque del Rio Itaya: le case, le botteghe, le scuole, i bar di Belen sono di due tipi, galleggianti o fisse. Le prime si adeguano al cambio di livello del fiume, che cresce nella stagione delle piogge. Le seconde, in epoca secca, rendono nuovamente abitabile il primo piano, sommerso dall’acqua nei restanti mesi dell’anno. Qui vive una popolazione che è il risultato degli incroci tra colonizzatori, avventurieri e locali. Belen è un intrico di canali dove navigano imbarcazioni di ogni tipo, vendendo pesce e trasportando le merci più svariate al mercato omonimo.

Il mercato di Belen è un luogo esotico nella più alta accezione del termine. Un groviglio di strade dove le bancarelle sono tanto vicine l’una all’altra, la musica, le voci, le grida, gli odori tanto intensi da stordire: un’isola dentro un’altra isola. Qui si vendono pesci di ogni grandezza, e carne di animali in realtà protetti come il motelo (tartaruga di terra, N.d.R.) o il lagarto nero (Melanosuchus Niger); e uova di taricaya (tartaruga d’acqua, Podocnemis unifilis; N.d.R.), estratte da cacciatori illegali nella foresta. Abbonda la frutta tipica della zona, dai colori sgargianti e dalle forme più strane, ottima per preparare refrescos, succhi di pura frutta, indispensabili in un clima come questo. Anche la verdura non lascia di sorprendere: vediamo i pali di chonta, più conosciuta come palmito o cuore di palma, qui consumata come insalata. E i mille sacchettini di spezie sgargianti appesi ovunque, le cui tonalità di rosso e di giallo sono intense come il loro penetrante sapore. Rimane da esplorare la zona dei curanderos, i medici che curano secondo la tradizionale medicina indigena a base di piante, radici, liane, resine e pozioni di fiori ed erbe, sostanze animali e minerali dai poteri magici. Una volta stregati dall’esotismo del mercato di Belen, non rimane altra scelta che continuare a conoscere i porti, le piazze, i locali della città, prima di inoltrarsi nel “monte”, come qui chiamano la foresta.

L’ecoturismo
Iquitos è punto di partenza per numerose escursioni. La maggior parte delle rotte proposte consiste nell’osservare la natura che circonda interminabile la città ed eventualmente, nella visita ad una comunità nativa, come fosse un’attrazione inclusa nel biglietto di entrata alla foresta dove, con un po’ di fortuna possiamo incontrare qualche scimmia. L’ecoturismo è diverso da questa pratica tanto diffusa; non è neppure un turismo naturalistico, nonostante in Italia si usi la parola in questa accezione. L’ecoturismo è un modo di viaggiare che prevede sì l’osservazione rispettosa della natura, ma anche la conoscenza dei suoi abitanti e delle dinamiche che regolano un equilibrio molto delicato, quello tra l’ambiente e l’uomo. In Perù esistono miniere, la foresta Amazzonica è ancora impenetrabile in certi suoi punti, il mare ricco di ottimo pesce, le Ande adorate come déi; e l’uomo è parte di tutto questo, è sfruttatore delle risorse ed, allo stesso tempo, loro custode. Conoscere il Perù, la sua gente, la sua cultura vuol dire considerare la natura come una parte della popolazione, della storia, delle religioni, delle credenze, delle feste, delle bellezze di questo paese.

L’ecoturismo è un turismo che promuove tutto questo ed è perciò un’attività economica le cui entrate costituiscono un contributo molto importante per le comunità locali e allo stesso tempo è un modo alternativo di sfruttare le risorse naturali: i servizi turistici sono offerti e gestiti direttamente dai locali organizzati in micro-imprese o associazioni; generalmente si tratta di contadini o pescatori o artigiani, che oltre a dedicarsi alle proprie attività tradizionali, gestiscono piccoli alberghi o adibiscono alcune stanze della propria casa alla ricezione di turisti. Un po’ quello cha da noi si chiama bed and breakfast o agriturismo.

Non sono moltissimi gli esempi di ecoturismo genuino in Perù, ma lentamente sta crescendo la richiesta di un turismo meno artificiale, che non sia cioè costruito in funzione dei turisti.

Il Consorzio Rumbo al Dorado
Relativamente vicino ad Iquitos c’è una delle aree protette più grandi del Perù, espressione spettacolare della ricchezza e della vastità dell’Amazzonia: la Riserva Pacaya Samiria con i suoi 2,080,000 ettari di bosco umido tropicale, quasi interamente inondabile. E’ compresa tra i due più grandi affluenti del Rio delle Amazzoni, il Marañon e l’Ucayali. Fu dichiarata Riserva nel 1972 ed è abitata da una popolazione di circa 90,000 persone. In una delle sue tre conche idrografiche, quella dei fiumi Yanayacu - Pucate opera il Consorzio Rumbo al Dorado, una micro-impresa ecoturistica, i cui soci sono gruppi organizzati di tre comunità local e due ONG che contribuirono allo sviluppo di questa esperienza, partecipando in un progetto finanziato dalla cooperazione americana.

I gruppi locali sono organizzazioni di contadini e pescatori che vivono nella Riserva: il COMAPA Veinte de Enero, che si dedica secondo tecniche rispettose dell’ambiente, alla raccolta dell’aguaje (Mauritia Flexuosa), un frutto fondamentale nella dieta locale. L’Unità di Pesca Comunitaria di Yarina, che vive della pesca razionale dei “girini” di arahuana (Osteoglossum bicirrhosum), un pesce ornamentale esportato all’estero. L’Unità di Pesca Comunitaria Yacu Taita di Manco Capac, che si dedica alla pesca del paiche (Arapaima Gigas), uno dei pesci d’acqua dolce più grandi e più pregiati del mondo. Tutti questi gruppi praticano inoltre la raccolta e riproduzione di uova di taricaya, impedendo la depredazione dei raccoglitori illegali.

Per incrementare gli ingressi economici derivati dalle attività tradizionali di pesca ed agricoltura, fu accolta la proposta di fare del turismo, valorizzando la diversità biologica e la bellezza dell’habitat, così come la ricchezza culturale degli abitanti locali, profondi conoscitori delle leggi che regolano l’equilibrio tra uomo e natura.

Durante una settimana il turista che intraprende il viaggio lungo il Rio Yanayacu per raggiungere la sua sorgente, una splendida laguna chiamata El Dorado, visita le comunità e conosce uno stile di vita decisamente unico ed interessante: la cordialità della gente e i loro racconti, l’osservazione di alcune delle attività di uso razionale delle risorse ci permettono di capire qualcosa della vita di questa gente umile che ha deciso di scendere a compromessi con la conservazione e valorizzazione della natura e delle sue ricchezze.

Il fiume e il “monte” sono immensi ed apparentemente intoccati, ma lo sfruttamento indiscriminato che l’Amazzonia sopporta da decenni, ha messo in pericolo il delicato equilibrio naturale e di conseguenza la vita della gente. Numerose sono le specie animali e vegetali in via di estinzione, che vengono qui protette attraverso meccanismi sostenibili di gestione: si pratica la pesca controllata del paiche, una specie molto pregiata e per questo vittima dei pescatori illegali che ancora oggi si inoltrano nei canali e nelle lagune per estrarre esemplari e venderli sul mercato nero.
Dovendo rispettare determinati ritmi per estrarre legname, per cacciare animali o pescare, gli abitanti locali hanno pensato di incrementare i loro ingressi con l’ecoturismo. Il Consorzio Rumbo al Dorado ha costruito due rifugi dotati di servizi basici. Le guide, le cuoche ed il personale in genere, sono locali, esperti conoscitori del posto. Quello che più sorprende e risulta difficile capire è il compromesso che questa gente ha deciso di stringere con l’ambiente naturale. La maggior parte delle storie che raccontano sulla lotta per la protezione di piante ed animali, sono caratterizzate da una forte convinzione e da una visione al futuro.

Per i gruppi organizzati di pescatori ed agricoltori, l’ecoturismo è uno strumento in più per la protezione del loro habitat e del loro stile di vita, oltre che una possibilità economica. Ma la cosa sorprendente è che qui non si iniziò l’attività di protezione in funzione del turismo; qui c’è una storia di conservazione, una concreta cultura di protezione sulla quale si inserisce l’attività turistica, che fa del Consorzio Rumbo al Dorado un’esperienza di vero ecoturismo. (Pubblicato il 14 settembre 2004) - Letture Totali 495 volte - Torna indietro



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