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Namibia sconosciuta

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Racconto di viaggio una Namibia fuori dai soliti itinerari, un percorso in 4x4 al di fuori delle piste battute, attraverso savane vergini e montagne scoscese, dall’Oceano fino al confine con l’Angola, di Robo Gabr'Aoun - Inviato il 13 gennaio 2004 da Robo GabrAoun.

Namibia sconosciuta

Swakopmund e la West Cost Natural Reserve sfumano nei retrovisori del Toyota HJ60, immagine indistinta di marosi atlantici infuriati ed aride coste ammantate di nebbia appena colorata dal pallido sole di Luglio. L’aria pregna di profumo di salsedine riempie l’abitacolo, mentre il rumore ritmico dei ciottoli smossi dalle ruote mi accompagna come musica. Alle spalle, il serpente di polvere sollevata dal mio passaggio si allunga verso l’orizzonte come la scia di una cometa, un turbinare in spire concentriche e ordinate che pian piano si tramuta in densa cortina, una sorta di sipario a chiudersi sui giorni appena trascorsi.



Nelle mani che ora tengono il volante con torpore c’è ancora il brivido della corsa tra le dune di Sandwich Harbour, 70 km di siouf affilati a picco sull’Oceano, miraggio sahariano a regalare emozioni di un’altra Africa, lontana migliaia di km eppure così viva dentro di me da sentirne l’intenso profumo.

Alcune rinomate Guide nostrane liquidano l’escursione a Sandwich Harbour come una tranquilla passeggiata sul bagnasciuga… Non è così: il continuo mutare della morfologia delle dune impedisce ormai l’accesso alla risacca, costringendo le auto a risalire le chine ripide delle colline sabbiose in un carosello di salite e discese inusuale in questo pezzo d’Africa in cui tutto, piste comprese, è organizzato, numerato, classificato, in stile prettamente teutonico. No, qui no: qui vale la regola tutta nord africana del cercarsi la via migliore; qui occorre leggere il colore della sabbia, valutare le pendenze, “sentire” il motore; questo è un angolo di Sahara, di Ch Gaga, ritagliato in una terra completamente diversa.

Guido e la mia mente corre indietro, ad altri viaggi, ad altre sabbie mentre abbandoniamo le main roads, piste che paiono autostrade, per arrampicarci in Damaraland, a cercare e respirare sapori d’Africa ancora veri, lontani dal vociare dell’industria del turismo. L’Ugab River si distende davanti a me come una ferita nella terra arida e riarsa dall’inverno australe, confine naturale tra le ghiaiose distese del Namib settentrionale e la famosa Skeleton Coast, la spiaggia degli scheletri, meta della maggior parte degli itinerari turistici namibiani. Svoltiamo ad oriente, infiliamo le ruote nell’infida sabbia del fiume e le piste lisce come tavoli da biliardo, scorrevoli nel loro perfettamente livellato fondo di ghiaia sottile diventano un lontano ricordo mentre il pesante fuoristrada arranca scodando lungo le anse contorte del fiume secco.



Foreste di Mopane, l’albero preferito dagli elefanti, si alternano a macchie di acacie che puntellano qua e la le sabbie, unici residui della trascorsa stagione delle piogge. Tutt’intorno, sabbia scura d’umidità riporta come una carta carbone migliaia di impronte di selvatici richiamati dalla sete. Corolle di giunchi e canneti fanno da cornice agli stagni, mentre le pareti della valle si chiudono, via via che si procede verso nord est, in una forra dalle pareti strapiombanti. Una vertiginosa mulattiera scala la parete dell’Ugab, portandoci in cima a una bastionata di arenaria rossa, a dominare il canyon. Un saliscendi di tortuosi sentieri conduce all’altopiano del Damaraland Meridionale, e le pietraie lasciano il posto ad una distesa di erbe di un verde tenue, quasi irreale, in cui la pista di terra color ocra è come un segno di pennello di un artista capriccioso. Branchi immensi di Springbock, piccole antilopi saltanti, invadono la prateria.

Sulle erte dei massicci, numerosi occhi di timide zebre di montagna guardano stupiti noi rumorosi invasori del loro regno fatto di silenzi secolari. Cespugli di euforbiacee movimentano il mare d’erba, mentre ammassi di granito rosa, le kopije, si ergono dalla piana come scogli. Lontano ad oriente la massiccia cima del Brandenberg domina l’orizzonte, infiammata dal sole morente che la copre di un manto cremisi. Il fuoco del campo disegna i massi tondeggianti di ombre grottesche, e le tende sono un rifugio effimero nella notte placida, quando il possente ruggito del leone riecheggia lontano, chissà dove, sotto lo sguardo benevolo della costellazione della Croce del Sud. continua "Namibia sconosciuta"

(Pubblicato il 13 gennaio 2004) - Letture Totali 189 volte - Torna indietro



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