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Dune e miniere

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Racconto e itinerario di viaggio fuoristrada in Marocco, di Robo Gabr'Aoun - Inviato il 13 gennaio 2004 da Robo GabrAoun.

Dune e miniere

Il grande cimitero si estende a nord della strada appena oltre lo Ziz, ai piedi del piccolo monte che ospita l’avamposto militare sulla sua vetta. Vedo nitidamente la breve pista che sale verso la cima, e ricordo le volte in cui vi sono salito, in inverno e in estate, a godere del panorama meraviglioso del palmeto di Erfoud, adagiato come dormiente lungo l’ansa del Oued Ziz. Ricordo la tempesta di sabbia che mi investì qualche estate fa, proprio sulla cima del monte, e la città ai miei piedi sembrava stinta, come immersa in una nebbia color ocra, le palme piegate nel vento, la sabbia che smerigliava le lamiere dell’auto.

Procedendo lungo l’asfalto rotto che porta all’imbocco della pista sfioriamo le capanne dei cercatori di fossili, e ripenso alle nostre galoppate verso nord, in questa grande piana che altro non è che un fondo marino del Cretaceo, la Valle dei Fossili…



Ripenso alle capanne sperdute in mezzo al niente, quasi coperte dalle scaglie di lavorazione della pietra, manipolata con mani sapienti dagli scalpellini per liberare dalla sua morsa organismi pietrificati antichi di milioni di anni. Ripenso agli infiniti tè alla menta consumati nei pomeriggi ventosi in molte di quelle casupole, nelle ore passate ad ammirare le prodigiose opere della natura, e dell’uomo che sa renderle nuovamente vive dopo millenni di oblio, poi l’asfalto finisce.

Sento le ruote mordere la terra, il rumore della ghiaia sottile che si spezza sotto il peso dell’auto in quel suono sordo che conosco bene e che mi scatena nell’anima un terremoto di emozioni. Abbandono la traccia e mi lancio nella pianura, attraverso tracce nuove ed antiche, derivando lentamente verso sud, lasciando che l’auto percorra la traiettoria che preferisce, che tanto Merzouga prima o poi arriverà sul mio orizzonte…Lancio Camilla sui bassi dossi, su questo reg finissimo e nero, ossidato dal sole, spezzato dallo sbalzo termico folle tra notte e giorno. Dai retrovisori il grigio serpente della mia scia segna una linea lunga fino all’orizzonte, mentre le ruote turbinano sicure. L’odore della polvere raggiunge le mie narici, mi inebria. Il ronfare del motore diviene un ruggito che si mescola ai cigolii di tutto il carico che si sconquassa nelle vibrazioni della pista. Il frastuono diviene musica, mentre la mia anima si alza leggera:

eccoci, stiamo arrivando…



Le grandi colline del Chebbi disegnano una linea sinuosa davanti a noi… Stiamo correndo paralleli ai cordoni meridionali, molti chilometri spostati verso sud, per non battere i tracciati usuali, sicuramente ebbri delle decine di auto viste ieri ed oggi in città. La pianura si estende nera come la notte, sovrastata da un cielo di un azzurro così intenso da lasciare senza respiro. Lontano vedo ammiccare la bassa altura che anni fa sovrastava il lago, ormai asciutto, che ospitava i migratori nel loro balzo verso l’Europa, la stessa altura su cui anni fa io ed Anto gustammo un tè in quella capanna ormai abbandonata e muta ascoltando da un vecchio il racconto di tempi perduti, la stessa altura su cui in un altro viaggio ed in altri ricordi sostammo a riparare il fuoristrada di un amico in pieno vento di sabbia, madidi di sudore e fatica, nel sole mordace di un mezzogiorno di agosto.

Ecco laggiù, come un acquerello dipinto da un surrealista, la macchia vivida e tremolante nella luce del mattino della minuscola oasi di Merzouga, con i suoi vialetti silenziosi, con il melodioso suono dell’acqua che scorre nei canali con le pareti di fango, con quelle bambine che incontrammo anni fa, bellissime e felici nella loro povertà, cui lasciammo di tutto sentendoci miseri per il poco da offrire che avevamo. Scorgo il pozzo con il suo treppiede di assi riarse, la sua carrucola di cui ancora sento il cigolio, quando in giorni passati aiutammo una donna ad issare il secchio per colmare la ghirba e caricarla sull’asinello, accanto ad una foggara, antichissimo scavo per condurre le acque attraverso il deserto.

In fondo svetta la torre dell’acquedotto di Merzouga, le mura merlate della grande Bab che conduce alla piazzetta centrale. Siamo sulla strada selciata di pietre tonde, levigate da decine di anni di piedi e ruote, e per l’ennesima volta in questi anni attraversiamo la Bab di Merzouga, con la visione possente della grande duna ad un centinaio di metri da noi. continua "Dune e miniere" (Pubblicato il 13 gennaio 2004) - Letture Totali 157 volte - Torna indietro



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