Kos

Racconti e Articoli di Viaggio

Racconto di un soggiorno nell'isola di Kos, nel Dodeccaneso della Grecia, di Alberto Angelici - Inviato il 07 gennaio 2004 da Aziza.

Kos

Amo il mare da sempre e conosco le Alpi fin dai miei primi mesi di vita. Mare e montagna sono per me differenti facce di un unica realtà: da un lato una natura irrequieta e dinamica, mai silenziosa, in costante evoluzione. Dall'altro la solennità di grandi masse immote.

Della montagna cito altrove, ma tumultuose e sanguigne e immediatamente percepibili sono le emozioni che ho dal mare: il respiro intriso di salsedine, lo sguardo che corre lontano, senza barriere e se senza limiti se non la cangiante linea dell'orizzonte. Il mistero di profondità che avverti ma non vedi, la sensazione di un universo potente che non è il tuo ma che sta sotto di te. Quando la barca e tutto il tuo mondo scendono nel cavo dell'onda, al punto che l'orizzonte si chiude su di te, ti pare che non ne uscirai più.

Poi infiniti attimi dopo sei sulle creste, mentre lo scafo geme come una creatura torturata, scrollandosi dall'acqua che l'opprime. Allora il cuore si apre assieme all'orizzonte che rinasce davanti agli occhi. Ascolti e godi il vento grattugiare il dacron e vibrare sulle drizze e il baglio di prua tagliare infaticabile quel liquido che sembra denso bitume e allora senti la vita in ogni tua fibra e hai l'illusione che quell'universo là sotto non ghermendoti ti abbia accettato. Sottili e profonde, perché più dentro le devo cercare, ma sono ugualmente forti e intense quelle che ricevo dalla montagna.

Forse è per questo che a me servono entrambe: insieme esse sono il tutto, il connubio ideale, la completezza. Per questo da sempre mare e monti si alternano nelle mie, nostre vacanze.

KOS. L'ovale opalescente del perspex alterna già da una ventina di minuti gli infiniti toni di un blu cangiante e il rosso e il verde e il marrone bruciato di fazzoletti informi che sono isole e scogli montati a neve da una risacca senza suoni.

Poi d'un tratto, sull'inglese scolastico di una hostess dell'Olimpic che pronuncia le frasi di rito, un baluginio di lucine colorate come di un natale anticipato, lo sfrecciare di una recinzione grigia, l'estremo limite di una pista ... ed è subito Kos.

Non la più bella tra le isole greche finora visitate ma sempre, come tutte, per me un po' magica. Non appena il vano del portello risucchia l'aria sintetica dell'impianto di condizionamento, i passeggeri italiani immancabilmente si accalcano verso l'uscita quasi che un tardivo ripensamento del pilota potesse riportarci in alto fra le nuvole. Tra l'aspro sentore di pneumatici abbrustoliti dall'attrito e il puzzo del kerosene, già le mie narici cercano il profumo di rosmarino e aneto, ibiscus e bouganvillee.

Aeroporto grande e moderno e squallido, di cristalli e ferro, poliuretano espanso ed alluminio. Una seat quasi nuova. Si va. Senza storia la solita trafila della presa di possesso delle camera, unica e grande per noi tre, Anna, Lorenzo ed io. Non si poteva fare diversamente. Calca anche al banco del concierge; un certo tipo di italiano si accalcherebbe ovunque, anche se fosse solo. Mucchi di bagagli, grumi di sacchetti del duty free. Come resistere anche se i prezzi sono gli stessi del tabacchino sotto casa?

Un tale che pare Sordi mentre fa il romano, con un gesto raccomanda al figliolone precocemente adiposo si piantonare le valigie.

"Statte lì, nun te move, maggnete er panino che babbo tuo pija la camera e ce n'annamo da 'sta cretina che nun capisce ggnente".

Costruzioni basse e bianche tra palme, oleandri e pitosfori. Un brulicare di tubi e tubetti neri per l'irrigazione corre tra l'erba ben rasata ed i cespugli in fiore. I bambini appena arrivati corrono per vedere il mare, mamme affannate e cariche di sacchettini corrono dietro ai bambini con berrettini e magliette perché il sole non è mica quello dell'adriatico e tira un gran vento che poi ti viene la tosse o la caghetta.

Cameriere in ciabatte corrono da un blocco all'altro con grandi fagotti di biancheria sporca. Un gruppo di tedeschi panzuti corre per non perdere il bus per l'aeroporto.

Insomma tutti corrono e pure noi, per cambiarci e correre, appunto, via da quel casino. L'hotel non è proprio come me l'han venduto ma là fuori c'è tanto da vedere, da sentire, da far nostro. Dunque andiamo.

L'isola è lunga e sottile, circa undici chilometri nel punto più stretto. La guida che ho in borsa e il meltemi che spira teso da nord ci suggeriscono di visitare le spiagge della costa meridionale. Venti minuti sono sufficienti ma già a metà percorso le basse colline che formano l'ossatura centrale di Kos smorzano il vigore del vento. Gruppetti di vecchi operai muniti di secchi e pennelloni tingono di bianco con stanche mosse il logoro cordolo che corre al limitar dell'asfalto. Come un'anziana signora cerca di mascherare col belletto i guasti del tempo, cosi' qui si vorrebbe migliorare l'immagine dell'isola cominciando dal bordo delle strade.

Una capra arruffata e ossuta sosta immobile all'ombra di una pensilina: pare una compunta massaia che aspetti il bus dopo la spesa al supermarket. Il traffico è scarso, fatto di piccole moto, auto a noleggio come la nostra e automezzi militari.

Impareremo presto che la presenza dell'esercito è una costante su quest'isola, per la vicinanza con la costa turca che si intravede laggiù a oriente. La gente, nelle aie come nei campi assolati, intenta ai gesti antichi di un'agricoltura tradizionale, poco sembra aver a che fare col terzo millennio. Lo sguardo di quei visi cotti dal sole e scavati da una vita spesso scomoda e faticosa mostra di non capire il perché di tutto quel via-vai di aerei e turisti, auto a noleggio e macchine fotografiche.

I giovani sì, quelli hanno già capito che il benessere, i dollari, possono venire solo da li' e non certo da pecore e ulivi che garantiscono solo fatiche quotidiane. Si sono oramai integrati, loro, ma nei piccoli centri, dove per fortuna non sono ancora comparsi pub irlandesi e discoteche, la gente trascorre il tempo libero nei vasti caffè in penombra, dietro ad un bicchiere di ouzo kai nero, anice a acqua fresca.

Kardamaina, un tempo villaggio di pescatori, appare all'improvviso, al termine di una ripida discesa tra alti eucalipti e campicielli di ulivi. Basse costruzioni, bianche e azzurre, solcate dai rampicanti, striate dal fuoco delle buganvillee, nascoste dai cannericci di una quantità di tettoie e verande. Piccoli alberghi, pubs e discoteche e affittacamere. Dozzine di negozietti ammassati insieme, un aria vetusta e trasandata che le tante mani di calce non riescono a coprire. Dalle grucce pendono le stesse felpe naic, i banchi mostrano gli stessi cappellini Adidas o fila o Marlboro, tutti provenienti da Cina e Formosa. Poi dolcetti al miele, pesche, meloni e polverose cartoline che mostrano modelle procaci, il pellicano di Mikonos e gli asinelli di Santorini.

Questo costante appiattimento da mercato globale ha fatto e fa molte vittime. Da anni non vedo più, ad esempio, i bei maglioni di lana grezza che un tempo trovavo ovunque. Quelli che pungevano un po' sulla pelle ma sapevano di vero. Quelli che mia madre lavò sette volte per tentare di eliminarne il forte odore di selvatico.

Giriamo a destra voltando le spalle all'abitato. Questa è solo una ricognizione e, prima di tutto, ci preme trovare le spiagge giuste. La strada corre a pochi passi dall'acqua, alla nostra sinistra. Ombrelloni, lettini e una parvenza di organizzazione; una donnona dall'aria nordica impasta di olio solare le luccicanti pieghe della pancia mentre il roseo marito legge nel grigio disco dell'ombrellone. La spiaggia si fa selvaggia ma non tanto ampia e cosparsa dei soliti detriti che l'alta marea e la mala educazione portano con sé. Un pneumatico da camion sorge solitario e obliquo dalla sabbia, surreale scultura moderna tra grovigli di alghe e cespugli secchi. Un cagnetto con la coda a ricciolo si agita festoso dietro a un paio di gabbiani che con silenziosa eleganza gli sfilano sopra librandosi come aquiloni senza fili.

A tratti il lieve pendio della collina sale crudo in costoni di roccia nuda e antichi sedimenti sabbiosi. Le rare costruzioni, seppur abitate, appaiono incompiute e irte di riccioli metallici su scabre colonne di cemento armato. Sui tetti brilla l'inox degli impianti solari per l'acqua.

Più avanti una stradina appena visibile ci suggerisce una deviazione e in un attimo siamo accanto a grandi piante che sembrano ginepri. Contorti e sciancati, sorgono al limitare della sabbia, su un erto ciglione, invaso da cespugli di timo in fiore, che scende brusco verso la spiaggia. Il mare è splendido, appena increspato da una brezza sufficiente a rendere sopportabile un caldo già robusto.

Colori vividi, dal verde-celeste all'azzurro, al cobalto a un blu intenso quasi viola macchiato del nero delle rocce. Sono formazioni di uno strano agglomerato di piccoli frammenti ancor più antichi, differenti tra loro per qualità e colori. Mosaici della natura che non avevo mai visto prima. continua "Kos" (Pubblicato il 07 gennaio 2004) - Letture Totali 143 volte - Torna indietro

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