Cubi Pidi

Racconti e Articoli di Viaggio

Racconto sull'Australia tratto da "Australiando", di Claudio Montalti. - Inviato il 12 gennaio 2004 da Claudio Montalti.

Cubi Pidi

Sito o fonte Web: www.claudiomontalti.net Le piccole nicchie che contenevano i letti a castello si aprivano senza porte una dopo l’altra nel lungo tunnel che, partendo ai piedi di due lunghe rampe di scale, digradava verso il centro della terra. Rade plafoniere da miniera protette da una griglia d’acciaio irradiavano un tenue chiarore e proiettavano sulle pareti ricurve della galleria le lunghe ombre di coloro che entravano e uscivano dai dormitori facendo rivivere gli spettri degli antichi miniatori morti in quella miniera. Cercando il sonno sotto una leggera coperta di lana, assaporavo questa strana sensazione altrimenti sinistra come un sapore gradevole. Ho dormito benissimo underground e ho sognato di telefonare a casa, un sogno tanto reale da svegliarmi chiedendomi perché non avessi aspettato la sera di Capodanno, come avevo già deciso e promesso, per farlo. Era fuori d’ogni dubbio che Cubi Pidi mi provocasse forti suggestioni nel profondo. Forse in una vita precedente sono stato un cercatore d’oro, o forse erano l’attesa, l’aspettativa e la fantasia a giocare strani scherzi alla mia sensibilità.

Il deserto non mi era piaciuto. La solitudine e il caldo erano stati devastanti, ma potevo dire di esserci stato. Pensavo che l'improvvisata e irragionevole escursione del giorno precedente mi avesse lasciato un po’ di comprensione, mi avesse mosso di un piccolo passo verso la comprensione di quei delicati equilibri fisici e mentali che regolano la dura vita in un territorio estremamente inospitale, ma nel nuovo mattino ho pensato che non avevo fatto abbastanza. Ho rifiutato con gentilezza, ma fermamente, un tour che in due ore mi avrebbe fatto vedere decine di posti diversi e mi sono avventurato ancora una a piedi verso il deserto. Avevo l’intenzione di viverlo più a fondo, o almeno di provarci.

Dopo un lungo giro semicircolare, sono arrivato sulla Stuart Highway, la lunga arteria stradale che taglia verticalmente a metà il continente australiano. Mi sono appoggiato ad un grosso masso quadrato e ho cominciato a fare l’autostop. Non ero solo. Cinque auto in mezz'ora, due falchi che volavano alti, nerissimi contro il cielo turchese, in cerca di topi o di serpenti, e il solito affollamento di mosche che si ammassavano sui punti più umidi della bocca e degli occhi, si infilavano dentro il naso e le orecchie, ravvivavano l'immobilismo assoluto di uomini e cose: una vera esplosione di vita. Solo una forte motivazione ha reso possibile reggere quel vuoto, sempre più grande, fuori e dentro di me.

Ho atteso con pazienza, respirando piano l’aria rovente. Non poteva che essere una ragazza aborigena a fermarsi per darmi il desiderato strappo di undici chilometri fino al punto in cui iniziava la deviazione per i Breakaway Range, montagne straordinarie che si innalzano dal deserto mutando continuamente colore come se un bambino si fosse divertito a dipingerli a pennarello alternando strati su strati di colori diversi prima di terminare con un plateau colore melanzana, macchiati da rade macchie verdi di vegetazione.

Non appena ho appoggiato nuovamente il piede sulla terra rossa, migliaia di mosche si sono materializzate da chissà dove. A meno di mezz’ora di cammino, simili a guardiani solitari del deserto rosso, la mole dei Breakaway Range riempiva la visuale e non vedevo altro che un arido paesaggio marziano dove non riusciva a crescere nemmeno lo spinnifex, la spinosa erba del deserto. Non capivo da dove le mosche saltassero fuori tanto numerose in tutto quel nulla, ma passavo tutto il tempo a scacciarle dal viso e avevo un bel pensare nel convincermi che, se avessi smesso di farci caso, il fastidio sarebbe cessato. Comunque mi ero avviato. Assorbivo a ogni passo dosi sempre più grandi della drammatica solitudine che permeava ogni singolo granello di polvere di quel landscape, e ancora non capivo quello che stavo facendo e perché. Era curiosità? Desolazione? Disperazione? Avventatezza?

Solo una cosa mi era chiara: speravo che tutto quello che avrei fatto e visto a Cubi Pidi mi avrebbe aiutato a capire Uluru. Quando osservavo il monolito rosso in fotografia e leggevo le citazioni e le poesie che, a migliaia, n’esaltano i profondi significati, non pensavo che un giorno lo avrei visto con i miei occhi. Il suo elegante isolamento e la sua centralità la rendevano in assoluto la tappa più voluta del mio viaggio. Sapevo già che vi avrei trovato tantissima gente, e dopo migliaia di chilometri di vuoto il contrasto sarebbe stato qualcosa di paradossale da cui mi sarei difeso facendo mente locale al deserto che stavo calpestando, un deserto vero, spoglio d’ogni umana presenza e pieno di drammatica desolazione. Forse piccoli granelli della finissima polvere rossa che rivestiva ogni cosa sarebbe rimasta attaccata alle mie dita e mi avrebbero aiutato ad abbracciare almeno una parte delle motivazioni che avevano creato il mito e la leggenda di Uluru.

Ho continuato a camminare come un automa. Passati i primi momenti di grande smarrimento, mentre le masse rocciose dai colori strani si dividevano e riempivano sempre più la visuale, una nuova consapevolezza ha cominciato a penetrare dentro di me: i limiti maggiori, gli unici limiti, erano quelli che mi imponeva la mente.

Infatti, più avvicinavo il corpo a quell'ambiente scarno e scabro e più lo trovavo naturale, e questo allontanava le preoccupazioni e mi spingeva a convivere con il mio senso di inadeguatezza. Se da una parte l'ambiente estremo intimidiva, dall'altra esaltava e tramutava la prudenza in forza e non in zavorra che tutto nega e impedisce. Ho imparato ad affidarmi con fiducia alle mie sensazioni, ad annusare l'aria e ad ascoltare il vento, che mai mi era sembrato avesse tante tonalità, tanti diversi modi di avvolgermi, di accarezzarmi. A questi, si sono aggiunti segnali più profondi e primitivi, e tutto si è fuse in un unico ritmo in cui il cuore, i miei passi ed il respiro battevano all'unisono con quello che mi circondava.

Ho così oltrepassato i Breakaway Range e me li sono lasciati alle spalle. Ho raggiunto la Big Fence, una barriera lunga 8500 chilometri che separa fisicamente e protegge i territori i ricchi pascoli del quadrante sud orientale dell’Australia dalle naturali migrazioni dei dingo, i cani selvatici che prosperano nei territori centrali insieme ai gatti ed ai conigli selvatici. Il reticolato di filo spinato alto più alto della mia testa rimpiccioliva fino a svanire in entrambe le direzioni. Sfiorandolo, ho sollevato una dopo l’altra infinite nuvole di polvere a ogni passo. L'opera umana aumentava il contrasto e amplificava una solitudine già estrema.

Col fertile occhio dell'immaginazione, ho visto indiani, locomotive a vapore, abbacinanti scheletri bovini e lunghe carovane di pionieri, ma non solo. L'assenza di strade, di case, di frenesia, rimarcava la storia di quei luoghi. Quelle zolle e rocce ustionate dal sole implacabile conservavano ancora la presenza di chi di lì ci era passato, dei fatti che lì erano avvenuti. Potevo vederli, sentirli perché non erano ancora svaniti, ma erano tanto forti da rivelare ciò che resta invisibile in luoghi abitati, pieni di attività e rumori. Lì i segnali del passato pulsavano più che altrove perché lì la vita rotolava più lentamente e faticosamente, e le azioni erano state tanto difficili da lasciare come un solco di sudore e di dolore. continua "Cubi Pidi"

Ti piace lo stile di questo autore? CLICCA per acquistare una copia autografata di un suo libro, oppure per seguirne la carriera di scrittore. (Pubblicato il 12 gennaio 2004) - Letture Totali 132 volte - Torna indietro



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